Di Giorgio Buttarelli

Scrivere è un esercizio fisico essenziale per la nostra salute: le mani scorrono sul foglio al ritmo del nostro cuore e scaricano a poco a poco il peso che ci opprime durante il giorno. Questa attività è anche un’efficace terapia per l’anima: ci insegna ad ordinare le parole in frasi che restituiscono un senso compiuto. Infatti, quando scriviamo, facciamo un inventario dei nostri pensieri per poi scegliere se liberare i più irrequieti, cancellare quelli inutili e magari conservare i più intimi.

Ma se è così benefico, perché nessuno scrive più? Perché richiede un duplice sforzo. Il primo ostacolo da superare è puramente emotivo e consiste nel confronto con se stessi. L’uomo ha sempre provato una vertigine guardando nel profondo della propria anima. Vinta questa ritrosia, si scopre che dal precipizio del nostro essere la vista è meravigliosa. Da lassù possiamo monitorare meglio lo stato del nostro cuore e misurare accuratamente le nostre fragilità. Il secondo è uno sforzo mentale. L’idea di riprendere in mano la penna o il computer che abbiamo posato qualche ora prima sui banchi dell’università o a lavoro è un deterrente tremendamente efficace. Siamo troppo stanchi per metterci a districare quella matassa di pensieri e ci convinciamo sia meglio rimandare a domani la pulizia del nostro cervello. Più facile alleggerire l’io attraverso miliardi di distrazioni meno impegnative, ma in questo modo riusciamo solo a stordire la coscienza con colori abbaglianti e suoni assordanti. La nostra poi è la generazione dell’immediatezza. Ogni processo va ottimizzato, anche il modo di ragionare e di esprimersi. Non c’è tempo per la riflessione: i messaggi devono colpire come proiettili e le notizie piovere dall’alto come bombe. Il nostro pensiero critico soccomberà presto sotto questo fuoco incrociato. L’uomo ha apertamente dichiarato guerra alla propria complessità.

Anche la mia traccia sui fogli di carta è stata parecchio discontinua in questi anni. La vita è diventata così caotica e rumorosa che ho spesso scelto di trattenere le parole piuttosto che condividerle nel trambusto generale. A poco a poco ho smesso di confidarmi persino con me stesso, girandomi dall’altra parte quando mi sorprendevo davanti allo specchio. La sensibilità d’altronde è un fiore delicato: se smetti di nutrirlo regolarmente, appassisce e muore. L’amicizia e l’amore mi sono venuti in soccorso. Quell’uragano che soffiava perennemente nella mia testa, d’un tratto si è placato e tra le nuvole si è aperto un varco. Solo allora ho cominciato a rimettere ogni emozione al suo posto.

Vorrei lasciare questo giornale con un appello a tutti i giovani: accettate la vostra complessità. L’anima non si costringe in pochi caratteri e non si fa incatenare ad un rigido schema. Leggete più che potete, perché chi legge entra a contatto con centinaia di vite diverse e solletica continuamente la curiosità. Non rifuggite mai il dibattito ed assaporate il dubbio. Per chi di voi vede nell’università un cantiere umano più che un semplice piano di studi, Iuris Prudentes è il posto da cui cominciare questo nuovo capitolo della vostra vita.