Di Elena Mandarà-

Le elezioni europee sono alle porte e il tema dell’immigrazione è sicuramente uno di quelli che ha più scaldato e coinvolto l’opinione pubblica e le forze politiche, specialmente nel nostro Paese. Si tratta di un tema complesso, e tuttavia affrontato spesso in maniera superficiale e semplicistica. Ho avuto il piacere di affrontarlo in modo più realistico e concreto insieme a Corrado Giustiniani, giornalista fra i più specializzati in materia, autore di due saggi sugli immigrati (“Fratellastri d’Italia” e “Vivere insieme” entrambi editi da Laterza) e di relazioni in numerosi convegni. Già inviato speciale del “Messaggero” oggi, da freelance, scrive su vari giornali ed è titolare del blog “I nuovi italiani” su L’Espresso.it

Trovandoci a parlare di Europa ed immigrazione, mi viene naturale partire dal discussissimo Regolamento di Dublino. Dopo il vertice a Bruxelles dello scorso giugno al Consiglio europeo, il premier Conte ha vantato un’incredibile vittoria dell’Italia, anche se l’accordo raggiunto non sembrava esserlo affatto. Come incide questa riforma sulla regolazione dell’immigrazione a livello europeo?

Non comprendo davvero la soddisfazione del nostro governo per quell’accordo o, piuttosto, non accordo, raggiunto ormai undici mesi fa. Si sanciva di spostare i confini dell’Unione in altri Paesi e in altri continenti, dando vita a delle “piattaforme di sbarco”, oltre a quella che già esiste in Turchia. Ma finora non ne sono state create altre. Si decideva un budget comune da dedicare al contrasto dell’immigrazione clandestina affidato però al quadro finanziario pluriennale futuro dell’Unione, e dunque ancora da approvare. Si decideva di rafforzare la Guardia costiera libica, in appoggio all’azione avviata, nel precedente governo guidato dal Pd, dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, e proseguita con vigore dal governo attuale. Si intimava alle ONG di non ostacolare in mare l’azione di quelle motovedette, dedite a riportare nell’inferno dei campi libici i disperati che ne erano fuggiti. Si concordava di distinguere tra richiedenti asilo, da accogliere e immigrati irregolari, da ricacciare fuori. Le varie richieste dovrebbero essere analizzate oltre che nelle “piattaforme di sbarco” esterne, anche all’interno di “centri controllati” costituiti nei Paesi Ue. Ma attenzione, questa accoglienza sarebbe stata assicurata su base volontaria: uno Stato poteva dire sì, un altro no. E il premier Conte, all’epoca, non garantì che l’Italia avrebbe costituito centri. Davvero un bel successo, il Consiglio europeo del giugno 2018.

Che soluzione sarebbe stato meglio adottare, invece?

Intanto bisognava avere il coraggio di rispondere a una domanda: la Convenzione di Ginevra del 1951, che garantisce protezione e accoglienza alle persone che fuggono da dittature, guerre, regimi in cui vengono perseguitate, e alla quale i nostri Paesi hanno aderito, è ancora in vigore o no? La solidarietà è tuttora un valore prezioso delle nostre democrazie o va smantellato, a colpi di sovranismo xenofobico? Che figura ci fa, l’Europa, a dichiarare la Libia un “porto sicuro”, quando sicuro non è, costellato com’è di lager in cui si torturano e violentano i migranti malcapitati? Detto ciò, la strada da imboccare era stata già tracciata dal Parlamento europeo, l’anno prima, con la riforma del Regolamento di Dublino, approvata dall’aula con una maggioranza schiacciante dei due terzi. Non c’era che da mettere in pratica le nuove norme.

Qual era il pilastro della riforma, e perché non è scattata?

Va premesso che il Regolamento di Dublino nacque nel 2003, sulla base di una precedente Convenzione risalente agli anni ’90, e stabilì che deputato a farsi carico dei rifugiati, analizzando le loro domande d’asilo, fosse il Paese di primo ingresso. L’Italia accettò con poca attenzione questa norma, che la penalizzava, essendo il nostro il primo Paese di sbarco dalla Libia, e dalla Tunisia. Governi distratti, non allertati da una burocrazia capace, fallirono anche nell’emendare la riforma di Dublino del 2013. Ma miracolosamente, oserei dire, il 16 novembre del 2017, con 390 sì, 175 no e 44 astenuti il Parlamento di Dublino varava una storica riforma, del tutto favorevole a noi: uno schieramento massiccio, che andava dai socialdemocratici ai verdi ai liberali, decideva che l’esame delle domande non sarebbe più avvenuto nel primo Paese d’ingresso: i richiedenti asilo dovevano essere obbligatoriamente distribuiti in tutti i Paesi dell’Unione, proporzionalmente alla popolazione, al Pil, allo sviluppo economico, e facendo pesare anche i “legami significativi” ad esempio familiari, che i richiedenti asilo hanno con uno specifico Paese. Ma per diventare operativa la riforma doveva avere via libera dal Consiglio europeo. Il governo dell’epoca, guidato dal Pd, quasi non si accorse della riforma. E quello gialloverde, invece di cavalcarla, visto che prevedeva esattamente quanto era scritto nel contratto di governo tra 5Stelle e Lega, pensò bene – con il vicepremier Matteo Salvini – di allearsi con il premier ungherese Orban e con i Paesi del cosiddetto gruppo di Visegrad, fortemente contrari a qualsiasi forma di immigrazione. Così si arrivò al Consiglio europeo di giugno, e a quell’accordo-non accordo che ci mette in un vicolo cieco. Bisogna riportare in auge la riforma del 2017.

Lei sostiene che la politica di Salvini non è molto diversa da quella di Minniti? La differenza sta solo nel modo di comunicarla alla gente?

Dico che Minniti, con l’accordo con la Libia, ha alzato la palla a Salvini, che poi avrebbe schiacciato. Il ministro dell’Interno attuale ha chiuso i porti (o meglio, ha dichiarato di averli chiusi, perché si è dimostrato che i porti restano aperti) trovandosi il terreno già preparato dal governo Gentiloni, che aveva donato le motovedette ad Al Sarraj e varato nel 2017 un codice di comportamento delle onlus che di fatto impediva i soccorsi. Poi però questo governo ha smantellato le reti di accoglienza, eliminato il permesso umanitario, messo molti migranti per la strada, con il decreto sicurezza. È innegabile, però, che la retorica sia un punto di forza di Salvini, in grado di convincere gli italiani che siano massimamente insicuri, proprio quando da diversi anni i dati ufficiali dicono che omicidi, rapine e furti sono in calo.

Si può dire, allora, che in qualche misura l’opinione pubblica sia stata veicolata dai media e dai social riguardo al tema dell’immigrazione, considerando quanto sia cresciuto l’allarme negli ultimi anni, nonostante si tratti di un problema che l’Europa affronta ormai da moltissimo tempo?

Sicuramente questi fattori hanno influito, così come ha giocato ruolo fondamentale in tal senso la crisi economica, che di per sé crea una profonda insicurezza. Ma i social hanno un ruolo importantissimo. La giornalista inglese dell’Observer, Carole Cadwalladr, ha accusato Facebook di aver influito notevolmente sul sì alla Brexit, con la fake news di una imminente invasione turca del Regno Unito. È anche vero però che in Italia non si fa più da molti anni una seria politica dell’immigrazione: non si fanno più dal 2014 decreti flussi per lavoratori dipendenti, ma solo per stagionali. Molti entrano perciò con un permesso turistico, cercano lavoro, lo trovano e restano, ma da irregolari. Quando si parla di “500 mila clandestini” è a questi overstayers che si fa soprattutto riferimento, non al popolo dei barconi. È inevitabile che si decida, prima o poi, una regolarizzazione. E poi manca una legge che renda cittadini i ragazzi nati e cresciuti nel nostro Paese.

Stava per essere approvata, però…

Già, l’aveva varata la Camera, nel 2015, ma si è fermata al Senato, all’antivigilia di Natale del 2017. Sarebbero diventati italiani i bimbi nati in Italia da una famiglia integrata, perché almeno uno dei genitori doveva essere in possesso del permesso per lungo soggiornanti, che in Italia si può chiedere dopo cinque anni di residenza regolare. Esattamente lo stesso criterio adottato In Germania e nel Regno Unito. È stato grave lasciarla cadere. Non ha giovato nemmeno l’etichetta di “ius soli”, affibbiata alla legge, che fa pensare che potesse diventare italiano il figlio nato in Italia da una donna scesa il giorno prima da un barcone. C’è poi un’altra parte della riforma abortita, il cosiddetto “ius culturae”, per cui sarebbe diventato italiano anche un bimbo non nato da noi ma che da noi aveva studiato. Ma non si è arrivato neppure a parlarne”.

Per quanto concerne invece le soluzioni a lungo termine sull’immigrazione, si è parlato anche di un c.d. piano Marshall a favore dell’Africa, che la aiuti a mantenere le proprie risorse.

Sicuramente la cooperazione può essere un’arma vincente, ma bisogna stare molto attenti al che tipo di piano si intende attuare. Anzitutto, occorre partire dal presupposto che qui da noi arrivano i meno poveri fra i poveri, perché emigrare costa. Secondo degli studi ripresi recentemente al CNEL dal prof. Maurizio Ambrosini, sociologo dell’Università di Milano, chi ha un reddito annuo inferiore a 2000 euro non emigra. Perché si possa emigrare, è necessario un reddito che vada dai 2000 ai 9000 euro l’anno, mentre le migrazioni si fermano quando il reddito pro-capite è superiore a 10000 euro. In primo luogo, dunque, non devono in alcun modo essere sottratte risorse a quei Paesi, cosa che ad oggi invece avviene. Un esempio emblematico è dato dal Senegal, i cui pescherecci tornano con le reti sempre più vuote perché soffrono la concorrenza di quelli europei, russi e cinesi. Il progetto di cooperazione, a mio parere, perché sia veramente efficace, deve venire dal basso. Un’idea, secondo me, potrebbe essere quella di coinvolgere in un piano “dal basso” tutti gli imprenditori stranieri che investono e danno lavoro nel nostro Paese – che ad oggi ammontano a 590.000 – e far sì che insieme alle banche portino avanti un progetto in grado di far fiorire imprese in quel Paese, sfruttando la loro conoscenza del territorio e del prodotto.

Questo dilagante sentimento sovranista e populista, però, non ha interessato soltanto l’Italia, ma è emerso anche negli altri Paesi europei. Questo momento storico rappresenta una sconfitta dell’Unione europea?

Certo, e questo rappresenta una sconfitta dell’idea di Europa che hanno sognato i nostri padri. Ho fatto l’esempio della Brexit. Ma nel Regno Unito un adulto può chiedere la cittadinanza dopo cinque anni di soggiorno regolare. Da noi dopo dieci, che adesso il governo gialloverde ha allungato, di fatto a 14.  L’immigrazione è un antidoto anche alla crisi demografica, da noi gravissima. Non accettiamo l’immigrazione comune, che non è in concorrenza con il lavoro cercato dagli italiani, e tantomeno quella qualificata, in cui gli altri vedono un’opportunità di crescita. Secondo uno studio del Centro di ricerche PEW sull’immigrazione qualificata fra i 12 Paesi più evoluti, in Italia solo il 36% della popolazione è favorevole, mentre in Svezia si arriva all’82%, nel Regno unito il 76%, in Germania il 74%. Non so quali saranno le prospettive future, e chiaramente molto dipenderà dall’esito delle prossime elezioni europee, però gli esempi della Finlandia – in cui i socialdemocratici hanno battuto il favorito partito sovranista alle ultime elezioni – e della Slovacchia – in cui una donna europeista, Zuzana Kaputova, è diventata presidente -lasciano qualche barlume di speranza. Ma non è questione di destra o di sinistra. A me piacerebbe vivere in un Paese che marci verso la ripresa e stimi una persona indipendentemente dal colore della pelle o dalla sua provenienza. Più semplicemente, per quello che è capace di fare.