di Adriano Rossi-

Nel lontano 2008 Iron Man fece la prima comparsa sul grande schermo, aprendo le porte a uno dei progetti cinematografici più redditizi della storia. Il cosiddetto Marvel Cinematic Universe, mondo nel quale sono ambientate le vicende della squadra di supereroi “Avengers”, ha portato il cinema di intrattenimento in una direzione innovativa, sfornando numerose pellicole con incassi senza precedenti e cambiando per sempre gli equilibri della produzione hollywoodiana. Una vasta gamma di pubblico è infatti rimasta rapita dall’originale narrazione degli eventi, frutto di un vero e proprio fenomeno che ogni appassionato di cinema (fan e non) dovrebbe analizzare. Il progetto Marvel ha saputo compiere delle scelte intelligenti, rigettando il concetto dogmatico di saga che cominciava a stancare, proponendo invece uno schema seriale innovativo ed elemento chiave della popolarità di questi anni. Come molti ben sanno infatti i film in questione non sono collegati da sequel diretti, bensì da un medesimo universo nel quale i supereroi si trovano a combattere il male e molto spesso ad interagire nella squadra Avengers, protagonista dei film più ambiziosi e redditizi. Una proposta non banale vista la novità e l’influenza successiva, la quale ha alimentato una concorrenza che per adesso non sembra preoccupare gli autori. L’universo supereroistico rivale DC non è purtroppo ancora paragonabile al progetto madre e per ora ne rappresenta una squallida imitazione. Questo perché i film MCU prima dell’innovazione ricercano l’efficacia, non mirando mai all’eccesso artistico e cercando sempre di comprendere la destinazione di ogni singolo prodotto. Ogni pellicola mira così a sedurre spettatori differenti, ricercando una sorta di vulnerabilità che permetta a chiunque di avvicinarsi all’universo Marvel. Anche per i grandi detrattori diventa difficile manifestare una forma di ripudio totale, vista la grande varietà che l’MCU propone. Così la scelta di James Gunn alla regia de “I guardiani della galassia”, uno dei film più riusciti del Marvel Cinematic Universe, diventa l’emblema di un progetto volto a sfruttare le potenzialità dei propri prodotti, rigettando la sperimentazione e facendo spazio allo studio efficiente della volontà degli spettatori. Dove sono allora i limiti di una visione che ancora non riesce a convincere la critica e che è ad anni luce lontana dai cancelli dell’olimpo dell’intrattenimento? La realtà dei fatti è che dall’articolo stesso si percepisce un mondo più vicino all’azienda che alla settima arte, dettato da efficienza, studio e prodotti. L’intrattenimento hollywoodiano purtroppo ha preso dagli anni 2000 una direzione contrapposta all’autorialità, spostandosi verso disegni produttivi dettati da un pubblico ormai abituato alle aspettative e che non perdona ai registi molte scelte lontane da una comfort zone sempre più plateale. Le parole di Martin Scorsese, il quale definì i cinecomic come un parco divertimenti, assumono un senso profondo se si analizza l’intrattenimento del XXI secolo. Non serve un occhio esperto per percepire la superiorità artistica del modello Spielberg, volto a sfruttare la potenza espressiva del divertimento a favore di un cinema indimenticabile e metaforico. Indiana Jones, Ritorno al futuro, Star Wars, sono solo alcuni tra i film che proposero all’epoca uno studio non diretto al funzionamento del prodotto, ma alla migliore capacità espressiva possibile, concretizzando un’idea entrata immediatamente nella cultura popolare. Queste pellicole non funzionano soltanto per l’ottima storia, ma perché puntano a stupire la platea entrando nei meandri di una mente che non si aspetta questo modus operandi. Un processo geniale che regala un’esperienza lontana dalla volontà dello spettatore, ma vicina a quest’ultimo. Senza soffermarmi su un cinema distante come quello anni 80, invito i lettori a confrontare lo Spiderman di Sam Raimi del 2002 e quello di Jon Watts, targato MCU: perché il primo è superiore al secondo? Le storie sono abbastanza simili: c’è sempre l’uomo ragno che deve sconfiggere un cattivo. Raimi, tuttavia, si distacca dal contenuto, perché comprende che per dare un senso artistico alla sua opera deve concentrarsi su una forma originale di racconto e sulla modalità attraverso il quale si manifesta. Si ricorda probabilmente il bacio di Tobey Maguire e Kristen Dust, ma non quello tra Tom Holland e Zendaya, sicuramente si nutre un grande sentimento di paura nei confronti del Goblin e invece si manifesta un superficiale odio nei confronti di Mysterio. Questo perché Raimi rifiuta il cliché della contrapposizione tra bene e male, egli è un artista e in quanto tale sente la necessità di uscire dalla classica struttura del cinecomic.  Non voglio lasciare intendere che lo Spiderman MCU sia brutto, ma non si estende oltre la visione, non lascia niente se non la volontà di vedere il film successivo. Qualcuno obietterà citando la necessaria differenziazione tra arte e intrattenimento, ma sono convinto che esistano canoni anche all’interno delle destinazioni. Così il cinema a volte propone arte di serie A e arte di serie B, altre volte offre intrattenimento di serie A e intrattenimento di serie B. Racchiudere, tuttavia, l’intero Marvel Cinematic Universe in quest’ultima categoria sarebbe ingiusto nei confronti di un progetto che ha riempito le sale ed emozionato il mondo intero. Credo che l’MCU assuma valore se visto in un’ottica complessiva, apprezzando l’idea originale e visionaria, ma ancora troppo permeabile ai numerosi difetti del genere. Gli appassionati dovrebbero, in conclusione, alzare l’asticella e pretendere di più da una produzione che pende dalla volontà del pubblico, cercando di stimolare gli autori a non volere soltanto il bene dei cinema, ma anche del cinema in generale.