Gargolle e carte di credito.

Di Bob Aggiustatutto-

Ah, le cattedrali! Che splendore! Eredità di un tempo in cui si costruivano imponenti strutture ed il mondo era ancora da riempire con foreste di edifici, accalcati l’uno sopra l’altro, prima che l’Europa fosse una grande ecumenopoli.

Quanti architetti ne hanno progettate, quanti signori ne hanno ordinato l’edificazione! Per costruirne una ci volevano anni ed anni ed anni, oltre ad un innumerevole quantità di risorse: legno, pietra, marmo, oro, pietre preziose, e tutto questo al solo fine di permettere ai fedeli di radunarsi in preghiera da qualche parte.

Sì, quasi.

Una cattedrale dava anche un certo prestigio, tanto a chi la costruiva quanto alla città che la ospitava. D’altronde è molto frequente che proprio davanti all’imponente edificio fosse immaginata una grande piazza, uno spazio destinato alla politica, al commercio, al semplice incontro tra i cittadini, replicando, insomma, quello che voleva essere la piazza davanti al municipio, quella, per capirci, dove si radunavano i cittadini in armi quando venivano chiamati a raccolta. La cattedrale, dando riparo dal sole a chi svolgeva queste attività, permetteva al potere spirituale – all’epoca fortemente politicizzato – di fare concorrenza al potere temporale.

Per non parlare poi del ritorno economico, sia per i mercanti della città, che comunque potevano, grazie anche alla grande affluenza di pellegrini, organizzare grandi fiere, sia per la diocesi, che con l’esposizione dell’immancabile reliquia alzava più di qualche spicciolo.

Ma dove trovare tutto questo spazio? Certo, il mondo occidentale era fatto perlopiù di piccoli insediamenti nel Medioevo, che spesso – e volentieri – usavano proprio la cattedrale come stimolo per diventare grandi centri urbani (ed è interessante quello che ha da dire a riguardo Ken Follett nel suo I Pilastri della terra, dove mostra proprio questo effetto aggregante della cattedrale, usando il villaggio inventato di Kingsbridge), ma non bisogna dimenticare che esistevano anche grandi città, come la stessa Roma. E allora, dove erigere, in un contesto già urbanizzato, una simile megastruttura, senza dover sventrare la città?

La risposta, nell’era delle cattedrali, era ormai vecchia di qualche secolo: iconico è l’esempio di San Giovanni in Laterano, cattedrale costruita su un terreno ai margini della città, praticamente adiacente alle mura, molto poco difeso e altrettanto poco appetibile. Si narra che il terreno fosse stato donato al vescovo di Roma dall’imperatore Costantino dopo la battaglia di Ponte Milvio, come ringraziamento per la storia del chi-ro, per poterci edificare, dopo l’editto del 313, una magnifica chiesa. La verità è che probabilmente non sapeva che farsene di un terreno così brutto, scomodo e fuori mano, e ha deciso di fare il classico riciclo di Natale. Però, così facendo, ha comunque risolto un problema – letteralmente – enorme.

Come tutti sappiamo, questa fiorente età di monumenti di pietra ad un certo punto ha stufato, vuoi perché di cattedrali ce n’erano già tante, vuoi perché da un certo punto in poi, salvo qualche guerra di religione, Dio ha perso la sua centralità nei discorsi umani, lasciando solo qualche testa calda spagnola a progettare giganteschi palazzoni per il trascendente.

Ma l’Europa è veramente caduta, con la fine dell’era delle cattedrali, nell’abisso dello spirito? È, insomma, diventata immune dalla tentazione di costruire giganteschi luoghi di culto? Procediamo con ordine.

Con l’avvento della modernità si è affermato, in occidente, un nuovo tipo di spiritualità: il suo Dio, il consumo; i suoi sacerdoti, i commercianti. Ciò che mancava era essenzialmente uno spazio per accogliere gli innumerevoli fedeli di questa nuovissima religione incentrata sulla compravendita.

Certo, è vero che dei luoghi adibiti esclusivamente ad attività commerciali sono sempre esistiti, a partire dal mercato di Traiano, fino ad arrivare ai grandi bazaar orientali e alle gallerie del XIX secolo, ma non era comunque abbastanza, perché gli adepti del consumo diventavano sempre più numerosi. Serviva qualcosa di più grande, che magari permettesse di agglomerare più tipi di negozi. No, non bastava neanche il supermercato, forse per la sua vocazione prevalentemente alimentare. Servivano dei centri commerciali, delle grandi chiese del consumo, dove si potesse acquistare qualsiasi cosa, ma ci si potesse anche ritrovare per passeggiare, o per mangiare insieme, o per andare a vedere un film grazie alla non più nuovissima, ma in ascesa, invenzione, il cinema.

Ma dove costruire tutto ciò? Pensando a come rispondere a questa domanda, anche grazie ad una maggiore disponibilità per i nuovi fedeli di mezzi di locomozione pubblici e privati, i vertici del culto hanno pensato bene di rifarsi all’esempio di Costantino. Perché non costruire queste nuove enormi costruzioni lontano dal centro cittadino, in nuovi grandi spazi esterni? In fondo, fuori dalle ormai solo simboliche mura delle città c’era abbastanza spazio per fare dei monumenti come si deve, potevano finalmente cominciare a risorgere le grandi cattedrali.

Certo, si tratta di cattedrali un po’ diverse, ma simili negli elementi fondamentali: la piazza è ora un grande parcheggio, le gradinate sono scale mobili, le navate sono corsie, le cappelle sono i vari negozi, e in ognuna di esse c’è un autonomo altare, la cassa, dove celebrare la funzione principale della religione del consumo. I blocchi di pietra e le travi di legno sono diventate pali d’acciaio e pannelli di plastica. Non c’è più il crocifisso che svetta sulla facciata, ma non mancano grandi insegne luminose. Non è più di pesantissimo legno il portone d’accesso, ma è automatico e di vetro infrangibile. Persino le gargolle sono andate via, ma hanno fatto spazio a cartelli e segnali, per orientarsi nel labirinto.

Nonostante il loro scopo sia commerciale, non ci vogliano decenni e decenni per costruirne uno e non siano fatti con materiali altrettanto pregiati, i centri commerciali sono, a modo loro, emblema di una rinnovata monumentalità, che unisce esigenze estetiche a vantaggio commerciale, combinandosi in un cocktail decisamente appetitoso per i fanatici del consumo.

Davanti a quello che è successo a Parigi però, non ci si può non domandare cosa succederà quando saranno queste a crollare. Cosa faranno allora i consumatori che oggi sciamano negli ampi spazi a loro dedicati dal Dio Consumo? Si struggeranno, come per Notre-Dame, o si metteranno subito all’opera per costruire un nuovo vitello d’oro da adorare e a cui sacrificare i loro pochi, preziosissimi, risparmi?

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