Lettera aperta all’Elettore

Di Tacito Mesto-

Caro elettore, caro votante, astenuto o nullo. Scrivo queste righe per sfogare una pulsione che sento da mesi, se non anni.

Cosa sei? Difficile dirlo, eterogeneo come sei. Ma, dopo un anno di campagna elettorale permanente, posso azzardare un’idea: vittima. Così ami sentirti.

Agnello immolato sull’altare della ragion di stato, riserva alla quale attingere alla bisogna come un salvadanaio d’emergenza. Bersaglio degli errori dei professionisti della politica, che parlano la lingua viscida dell’inganno e del doppio senso. Vergine vestale violata dall’astuzia, frammento sovrano la cui maestà viene offesa dall’opportunismo dei piccoli uomini dalle grandi poltrone. Tu, che brami il cambiamento, la novità, la soluzione rapida e indolore, il colpo di genio così evidente che solo un demente avrebbe potuto pensarlo, e vieni sistematicamente sorpreso dall’inettitudine dei tuoi paladini.

Tu, vittima innocente: J’accuse.

Cos’hai da lamentarti, pusillanime? Tu, soltanto tu, scegli la feccia dal quale ti assumi tradito. Tu soltanto sei padrone del tuo destino politico.

Dove sei, Pentastellato? Che fine ha fatto la tua lotta ai palazzi? Nasci nemico del partito e della casta, nasci tradito dalla “vecchia politica”, quella degli inciuci, degli scambi, delle poltrone, degli accordicchi sottobanco. Eppure, eccoti ad esultare mentre in un qualche sgabuzzino di Palazzo Chigi, al chiuso, lontano da qualsiasi streaming, piccoli uomini mercanteggiano grandi magheggi. Complimenti, adesso hai il tuo secondo governo di fila, e senza nemmeno dover violentare (nuovamente) le tue bizzarre regole sui mandati.

Di cosa vai lamentandoti, Democratico? Dov’è la tua pretesa superiorità morale e professionale, di chi sa di cosa parla, mentre baratti principi per ministeri con punti, punticchi e principi? Dove hai riposto la tua prepotenza culturale, innanzi al popolo degli analfabeti funzionali e istituzionali? Perse per strada, dico io, mentre sgattaiolavi via dal Nazareno nottetempo, verso qualche romantico incontro da crisi di governo. Paris vaut bien une messe, Roma val bene la dignità. Sempre che tu l’abbia mai avuta.

E dove sono finiti tutti i mozzi del Capitano? Dov’è quel popolo incontenibile, quella forza inarrestabile che si diceva pronta a riempire le piazze? Sarà già tornato sui suoi passi, fuggito nei fetidi antri dai quali pirrici successi elettorali avevano legittimato la sortita, a leccarsi le ferite ululando a governi non eletti dal popolo.

Come puoi sentirti ingiustamente colpito, vigliacco? Sei tu, tu solo a far gravare le clausole di salvaguardia sul tuo stesso capo, spada di Damocle pronta a trafiggere le tue grame finanze. Eppure, hai il coraggio di lamentarti dell’Europa -mistica chimera che a malapena riesci ad inquadrare, ragliando contro di lei ad ogni buona occasione – prima e dei bilanci statali poi? Sei stato tu – tu solo! – a credere alla favola bella keynesiana di una crescita da stimolare farcendo il paese come un cappone con risorse raffazzonate chissà dove e chissà come. Ed ora, pretendi che un qualche guru della macroeconomia estragga dal cappone, malato ed insipido, qualche miliardo che ti permetta di credere al prossimo, gustoso, condimento assistenzialista. Per poi, magari, appellarti pure alla necessità di un ritorno alla meravigliosa Lira sovrana come miracolosa soluzione ad una finanza zoppa e rachitica.

Come osi dolerti, liberale? Orgoglioso arrogante, sempre pronto a sfoderare principi e massime che ormai non sei più in grado di capire. Ostinatamente primo a dolersi ad ogni Bilancio dal vago sentore sociale, sei da anni incapace di renderti operoso, di proporre valide novità.

E come puoi, tu, volubile lonza, lamentarti del trasformismo, dei cambi di casacca, dell’attaccamento alla poltrona? Tu, incapace di votare lo stesso partito a due mesi di distanza. Inadatto all’autocritica costruttiva, imbelle servo del vincitore. Pecora trascinata dall’elàn elettorale, schiava di qualche cane da pastore dallo slogan facile e dal meme mirato. Triste burattino, talmente vuoto e insipido da non avere il coraggio di scegliere per il meglio, attratto come sei dalle dolci sirene del voto utile de del meno peggio.

Eppure, ti definisci vittima. Potresti pure aver ragione, a ben vedere.

Vittima di te stesso. Vittima di un trentennio di scelte sbagliate, che non hai mai avuto il coraggio di affrontare. Vittima della tua stessa ingenuità, della quale ti lamenti non appena le conseguenze delle tue azioni sconsiderate vengono alla luce. Vittima della tua stessa arroganza – tipica, pretenziosa hybris di chi s’informa su Facebook – quando le geniali idee innovative, che spacciavi per panacee d’avanguardia, ti precipitano addosso con inaudita violenza.

Vittima della tua ignoranza.

Vittima della tua vanità.

Vittima della tua codardia.

Prova a smentirmi.

Ma dubito che tu ne abbia le capacità. Puoi comunque continuare a cercare dignità nella sconfitta, come sempre hai fatto e sempre farai.

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