Di Anna Logorelli –

 

Il 17 marzo 1861 avvenne l’Unità d’Italia, che si completò il 20 settembre del 1870, con la Breccia di Porta Pia e la presa di Roma che divenne, in seguito, la capitale del neonato Regno. Successivamente, dopo aver riunificato la penisola italiana, bisognava unificare le popolazioni presenti, diverse per storia, cultura e tradizioni. Quest’obiettivo è stato riassunto nella celebre frase di Massimo d’Azeglio, politico torinese, il quale disse: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Sebbene essa sia stata pronunciata nel 1861, è più attuale che mai, in quanto sottolinea il divario, ancora presente, tra il Nord e il Sud. Ma perché non si è riusciti a colmare questa differenza? All’indomani dell’unità, la situazione che si presentava era di un Sud meno industrializzato rispetto al Nord e con il brigantaggio che rendeva difficili gli spostamenti da una regione ad un’altra. In aggiunta, vi era una forte emigrazione di contadini del Meridione verso il Nord, in particolare verso le città di Torino, Milano e Genova, che costituivano il cosiddetto “triangolo industriale”. Questa condizione venne definita “questione meridionale” e, a partire dal 1875, per cercare di ovviare a ciò, si decise di redigere provvedimenti di pubblica sicurezza, che furono subordinati alle inchieste dei deputati della Destra e della Sinistra, tra cui quella dei deputati Franchetti e Sonnino riguardanti le solfatare, sulle condizioni dei lavoratori e dell’economia siciliana. Inoltre, per contrastare l’analfabetismo, molto più alto al Sud che al Nord, furono adottate delle leggi, come la legge Coppino del 1877, che aumentava a cinque il numero delle classi di scuola elementare ed estendeva l’obbligo scolastico a tre anni. Nonostante questi provvedimenti, le differenze rimasero e rimangono tuttora enormi. Un primo divario si riscontra sulla produttività: come emerge dall’ultimo rapporto dell’OCSE, le regioni più produttive sono quelle del Nord, Lombardia in testa, mentre quelle del Sud lo sono di meno. Altro fronte di divisione è quello dell’occupazione, con le regioni settentrionali che si attestano intorno al 70% e quelle meridionali al 45%. Un’ulteriore differenza si può riscontrare anche sul fronte delle infrastrutture, in particolare dell’alta velocità ferroviaria. Mentre nelle regioni settentrionali è presente su quasi tutto il territorio, al Sud lo è in maniera parziale, con un’assenza totale nelle Isole, nonostante da sempre si propone di estenderla anche in quei territori. Altro tema è quello della salute: nelle regioni meridionali la speranza di vita è più bassa rispetto al Settentrione, così come in quest’ultimo sono presenti poli ospedalieri d’eccellenza, mentre nelle prime si rilevano casi di sprechi e malasanità, che portano i cittadini a doversi recare altrove, spesso con costi esorbitanti. Da queste stime emerge un’Italia spaccata in due, con un Nord pienamente sviluppato che cerca di confrontarsi con gli altri Paesi Europei e un Sud che è ancora fermo e che riscontra solo timidi segnali di ripresa, a causa anche della fuga dei giovani da esso. Tuttavia, solo un settore sembra dimostrare una decisa inversione di tendenza, ed è quello del turismo enogastronomico. Secondo un rapporto presentato presso il Touring Club Italiano, le regioni più apprezzate dai turisti amanti del buon cibo e del buon vino sono Sicilia, Toscana e Puglia, mentre Napoli, Roma e Firenze hanno riscosso maggiori consensi tra le città. Questo dimostra come le regioni meridionali hanno grandi potenzialità per poter superare il distacco che le separa dalle altre, cercando di sfruttarle al massimo per potenziare i trasporti, migliorare la sanità e fermare l’emigrazione, in modo che i giovani rimangano nelle loro terre per poter dare il loro contributo. Sebbene un cambiamento stia iniziando a registrarsi, grazie alla nascita di start-up, ci vorrà del tempo prima che il Sud riesca a raggiungere appieno i livelli di produttività del Nord.