in foto Asia Ramazan Antar (1997-2016) ha perso la vita nel corso di una battaglia contro l’esercito dell’Isis nel nord della Siria. È morta per difendere la propria terra, il genere a cui apparteneva e il sogno di una Patria che non esiste. Ha combattuto anche per noi, per la nostra sicurezza.

 

Di Federica Cambula-

La vicenda curda, segnata dall’ennesima sconfitta dei diritti umani, ci distrugge in quanto Uomini e ci rende responsabili in quanto Stato occidentale. Per questo, gli accadimenti delle ultime settimane non ci possono lasciare indifferenti e meritano una riflessione.

La Turchia decide di attaccare il nord della Siria, territorio abitato dai curdi, giustificando l’offensiva con la necessità di fermare possibili intese tra le popolazioni curde di Turchia e Siria, che potrebbero reclamare la propria indipendenza. Dunque, la Turchia attacca per difendere la sicurezza e l’unità nazionale.

Il piano di Erdogan è stato reso possibile dalla ritirata dal confine turco-siriano di parte delle truppe statunitensi. Gli USA, ex alleati dei curdi contro l’ISIS, hanno lasciato libero spazio d’azione alla violenza e alla disumanità che hanno contraddistinto l’avanzata turca.

Contemporaneamente, l’Alleanza Atlantica sembrava che stesse vivendo una crisi senza precedenti: si parlava di una no-fly zone contro un paese, la Turchia, che è parte dell’Alleanza Atlantica e dunque, dovrebbe essere gestito dall’Alleanza Atlantica. Inoltre, mentre i civili curdi morivano, il Segretario delle Nazioni Unite commentava la vicenda con una frase agghiacciante: ‘capisco le ragioni della Turchia e la invito a non esagerare’. L’attacco turco segnava così l’ennesima sconfitta dei diritti umani, l’annientamento della dignità di un popolo, e l’occidente rimaneva inerte.

Durante i primi giorni dell’attacco, ci fu un evento dal segnale angosciante: gli jihadisti che militavano con le truppe turche, uccisero una esponente del movimento femminista curdo. Noi dovremo sapere quanto sia importante la lotta per l’emancipazione della donna all’interno della società araba e musulmana, e la prima che viene ammazzata è proprio una donna, un’attivista politica, che si è impegnata in questo senso.

Le conseguenze dell’offensiva turca hanno segnato il massimo del paradosso quando si è iniziato a paventare il rischio del ritorno dei foreign fighters, cioè della più grande legione straniera organizzata in epoca moderna. Le milizie jihadiste erano formate persone provenienti da 100 paesi del mondo, che sono andate in Iraq e in Siria a combattere con l’ISIS al fine di addivenire alla creazione di un nuovo Stato: l’Islamic State.

Tuttavia, si tratta di un problema che la comunità internazionale pensava ormai di aver risolto. In realtà, una parte dei foreign fighters sono morti, altri sono scappati, ed altri erano stati imprigionati. Con l’offensiva turca vi era il rischio che questi venissero liberati, ma non solo, c’era il pericolo che una volta liberati, partecipassero all’offensiva contro i curdi.

Ecco così segnato il ritorno dell’incoerenza occidentale: prima abbiamo chiesto al popolo curdo di allearsi con la comunità internazionale per combattere l’Isis, il popolo curdo ha combattuto con grande coraggio. Ma una volta dichiarato sconfitto il nemico, abbiamo messo i curdi nelle condizioni di essere attaccati dagli stessi jihadisti che ritornano cambiando gli indumenti e la bandiera.

Dinanzi alla vicenda curda non si può non parlare dell’inaffidabilità dell’occidente. È questo infatti, l’elemento caratterizzante il suo operare in Medio Oriente. Il tradimento a cui è stato sottoposto il popolo curdo, rivela la poca credibilità di un occidente che non ha più giustificazioni per respingere tale accusa.

Infatti, il modus operandi che denota l’ipocrisia occidentale, non è una novità. Alla fine della prima guerra mondiale veniva firmato dai grandi paesi occidentali l’accordo Sykes-Picot.

Durante la prima guerra mondiale le grandi potenze europee avevano chiesto agli Arabi di impegnarsi contro i tedeschi, alleati dei Turchi. Chi condusse la rivolta araba fu il generale inglese Lawrence, che facendosi porta­voce del governo britannico, promise agli Arabi, al termine della guerra, la creazione di un regno arabo indipendente.

Ma, le reali intenzioni sul futuro degli Arabi erano molto diverse dalle promesse. Mentre gli Arabi si impegnavano a combattere, le potenze europee decidevano le rispettive aree d’influenza e di controllo in Medio Oriente. Si mettevano d’accordo per spartirsi i territori arabi, i territori dei loro alleati.

Dopo la fine della Grande Guerra e la caduta dell’impero ottomano, i confini in Medio Oriente, vennero tracciati con semplici linee rette o semirette, segno questo di quanto mal si conosceva ciò di cui si stava discutendo. L’accordo Sykes-Picot ha segnato il tradimento del popolo arabo. Ebbene, è passato poco più di un secolo e tuttavia, con l’occupazione turca della Siria del nord, siamo davanti ad un fatto analogo. L’ipocrisia ha privato un popolo, in lotta per il sogno di una Patria, della sua dignità. Abbiamo consegnato i nostri amici al nemico, li abbiamo allontanati dalle loro terre. Attenzione, però, quest’ipocrisia alimenta i giacimenti di olio.