Parte Terza – Il dietro-front degli USA

Di Matteo Politano –

Il ritiro delle truppe americane segna una svolta epocale nella storia del Medio Oriente.

Forse, segna addirittura il declino del predominio statunitense su scala globale: come se la spaventosa crescita cinese da un lato, e la lenta, ma progressiva autonomia dell’Europa dalla sfera USA (guidata da quella che è sempre la più forte e la prima della classe, ovvero la Germania della Generalessa Angela Merkel) dall’altro, non fossero state abbastanza per minare lo status di unica superpotenza mondiale (economica e miliare) degli States.

D’altronde, moltissime dichiarazioni ed azioni di Trump negli ultimi 3 anni non hanno contribuito a migliorare le relazioni USA con il continente europeo, ed i recentissimi dazi rivolti a noi, dovuti alla diatriba sugli aiuti di Stato all’europea Airbus a discapito della statunitense Boeing, sono solo l’ultima testimonianza in tal senso.

Il punto è che dopo il fallimento, a costo di migliaia di vite americane (per non parlare delle oltre centinaia di migliaia di morti irachene e non solo) in Iraq – e dopo che in Siria l’altro “democratico” inviso agli americani, ovvero Assad (a dispetto di ISIS e conflitti infiniti), è riuscito, nonostante tutto, a mantenere il potere- il più potente Paese al mondo si ritira.                                                          

Si ritira dall’area che, se da un lato è la più sanguinosa della Terra, dall’altro è la più ricca della più richiesta ed utilizzata (al momento) fonte energetica al mondo, ossia il petrolio (senza contare il gas naturale, per molti il petrolio del futuro). 

E’ estremamente difficile stabilire quali saranno le conseguenze future di questi ultimi eventi, ma un dato importante è certo: la sempre maggiore forza di Vladimir Putin. Ha vinto contro l’Europa e contro Obama sulla Crimea, ha come alleato il Paese più forte dell’area mediorientale, l’Iran (storicamente nemico degli Stati Uniti), e mantiene allo stesso tempo rapporti di collaborazione con Turchia e Siria, mentre l’ISIS è sconfitto (perlomeno a livello organizzativo).

Un altro vincitore è lo stesso Bashar al-Assad, che improvvisamente ritrova la concreta possibilità di riunificare gran parte del territorio siriano, circostanza fino a poche settimane fa ritenuta semplicemente impensabile. 

A questo punto sarà interessante (e pericoloso) vedere come si evolverà la questione israelo-palestinese. Con gli storici alleati americani lontani dai giochi mediorientali, infatti, Israele è sola in un’area in cui ha tutti contro. Probabilmente a questo scacchiere di pace (che però favorirà i dittatori) si aggiungerà anche l’Arabia Saudita in qualche modo, anch’essa isolata in una zona piena di nemici, uno su tutti l’Iran, suo storico avversario acerrimo. 

Tornando alla specifica situazione Curda e siriana, a lungo gli States hanno cercato di mantenere un equilibrio, con notevoli figuracce e fallimenti consecutivi: dopo l’ascesa del “califfato” di Daesh, il governo USA ha, infatti, sostenuto le FDS ed il PYD, ma ha soprattutto appoggiato e finanziato il citato Esercito Siriano Libero, con lo scopo di rovesciare il regime di Assad.                         

Lo stesso ESL, partito come un movimento formato da disertori dell’esercito siriano, in apparenza sunnita ma laico, si è presto rivelato (visti anche i suoi forti legami con Erdogan) una forza al cui interno sono presenti diverse figure legate ai Fratelli Musulmani (appunto, alleati e finanziati dallo stesso Presidente turco) e soprattutto legate al radicalismo islamico. Aspetto che oggi, con l’uccisione di molti Curdi da parte delle milizie ESL nei giorni passati, è emerso ancora più chiaramente. Decisamente una pessima scelta di alleati da finanziare. Lo scorso Agosto il governo Trump ha inoltre firmato un accordo con il governo turco per stabilizzare il confine tra Rojava e Turchia ed evitare un nuovo conflitto. Tentativo che oggi possiamo serenamente definire come totalmente fallito. Non solo: per quanto riguarda le ultime settimane, andrebbe francamente steso un velo pietoso sull’atteggiamento semplicemente ridicolo di Trump, impossibile da descrivere in altri termini: al di là della forte discutibilità della decisione stessa del ritiro delle truppe (comprensibile se si pensa all’opposizione di gran parte dell’opinione pubblica americana sulle guerre in Medio Oriente degli ultimi anni, non giustificabile una volta considerate tutte le conseguenze da essa derivanti, che vanno dal destino dei Curdi all’egemonia dell’influenza russa sull’area), la scoperta di una lettera destinata ad Erdogan, degna di un bambino delle medie, condita da vari “don’t be a TOUGH guy, don’t be a FOOL”, di “history will look upon you as the DEVIL if GOOD things don’t happen”, e di “let’s work out a good deal!” riferiti al Presidente turco, fa ridere per non piangere. Roba che sarebbe inaccettabile se fosse stata scritta e firmata da un pubblico funzionario medio, figuriamoci dal “leader del mondo libero”. Il tutto condito da minacce esplicite di distruzione dell’economia turca. 

Risultato? Il governo turco ha comunque deciso di prendere il controllo anche dei territori Curdi ad est del fiume Eufrate, creando una sorta di “zona cuscinetto” profonda circa 30 chilometri e lunga circa 480, da cui cacciare i Curdi e in cui trasferire i profughi siriani arrivati in Turchia negli ultimi anni, dopo essere scappati dalla guerra. Come si spiega un’azione del genere da parte di Erdogan? Come sempre, bisogna sottolineare l’importanza degli interessi, economici e non, coinvolti nella situazione: quelli, ovviamente, non mancano mai. 

L’Operazione “Primavera di Pace” (alla quale va senza dubbio il premio di “denominazione meno adeguata degli ultimi 20 anni”) si pone l’obiettivo di risolvere in un colpo solo tutti i problemi del Sultano turco: primo fra tutti, occupare un punto strategico dove spedire a calci oltre 2 milioni di profughi siriani, riportandoli, in pratica, nel luogo dal quale sono fuggiti. Questo sistemerebbe anche le problematiche tra la popolazione turca dovute a tale ondata di “invasione” di rifugiati stranieri, molto contestata dai cittadini turchi. Situazione che Erdogan ha posto come scusante per l’invasione del Rojava e per lo spostamento di massa di milioni di persone. Insomma, un altro brillante esempio di sfruttamento del fenomeno migratorio per scopi personali, a costo della vita di persone che hanno avuto l’unica sfortuna di trovarsi nel momento sbagliato al posto sbagliato. Anche qui, niente di nuovo. Negli ultimi tempi in Europa ne sappiamo qualcosa, dopotutto.

A ciò aggiungiamo un grande interesse economico: sono stati già calcolati 27 miliardi in progetti del Governo turco per un piano di costruzione di villaggi, ospedali, scuole e moschee nel territorio “cuscinetto”. Progetti sui quali Erdogan ha già chiesto la collaborazione europea: tradotto, un grande stimolo per il settore edilizio nazionale. Il che suonerebbe come qualcosa di positivo, e forse in parte lo sarà, ma non bisogna dimenticare che nel concreto si tratta di una effettiva sostituzione demografica realizzata sulla pelle di innocenti. Oltre al fatto che, dato che si tratta di profughi perseguitati e in fuga, questo comporta che loro, in quella terra, non vogliono tornare, ma saranno costretti a farlo. Un grande quesito riguarda l’origine dei fondi: Erdogan dove troverà una tale quantità di denaro? Vi sono diverse ipotesi, su tutte una conferenza di donatori privati oppure un diretto intervento dell’Unione Europea, la quale entrerebbe a pieno nel mercato in questione. 

In tale contesto, è evidente il totale sbando sulla questione di quella che sarebbe la più potente nazione al mondo: gli Stati Uniti hanno cercato di aggiustare parzialmente il tiro favorendo un cessate il fuoco di cinque giorni fino al 22 Ottobre, tregua della quale molti Curdi hanno accusato il mancato rispetto da parte delle forze di Erdogan. Fino alla grande svolta, avvenuta proprio alla fine della tregua suddetta: la notizia di un accordo tra Putin ed Erdogan, con l’accettazione più o meno esplicita degli Stati Uniti, al quale è seguita anche l’approvazione di Assad. Un patto di cooperazione e di spartizione del territorio, con la concessione per i Curdi di fuggire: 150 ore di tempo alla popolazione per ritirarsi dal territorio interessato dal Presidente turco, scappando verso i territori siriani (comunque ancora estesi) occupati ancora dalle FDS.                                                                    La zona di confine attualmente sotto attacco sarà occupata dalle forze di Erdogan, con il supporto nella sorveglianza dei confini turco-siriani garantita da Putin, il quale ora si erge come figura chiave anche nel territorio mediorientale, mentre Assad può dirsi soddisfatto per la fine dell’invasione turca sul territorio nazionale (motivo per il quale aveva accettato la disperata richiesta di aiuto dei Curdi), che non perderà ulteriormente, Rojava escluso. 

In tutto ciò, in uno dei momenti più importanti e più difficili della sua amministrazione, nonostante una tale serie di fallimentari insuccessi nell’area, Trump può persino vantare di fronte all’opinione pubblica il suo scalpo personale da contrapporre all’Osama bin Laden ucciso durante la Presidenza Obama: ovvero la conferma della morte del capo politico e spirituale dello Stato Islamico, Abu Bakr al-Baghdadi, il quale si è lasciato esplodere con tre dei suoi figli durante un raid americano, grazie anche alle rivelazioni di una delle mogli catturate dello stesso al-Baghdadi. E nel frattempo, le truppe a stelle e strisce sono posizionate nei siti petroliferi chiave della zona. Posizione chiave, ma isolata e circondata dall’apparente forte equilibrio stabilito dall’asse Putin-Erdogan-Assad.

I Curdi, nonostante il tradimento, l’isolamento e la tragedia dell’esodo da territori che abitano da decenni, pur dovendo ancora chiarire quale sarà il rapporto con il Governo siriano, forse riusciranno a sopravvivere e a mantenere l’area non interessata da Erdogan, quella centro/nord-orientale che sottrassero all’ISIS (soprattutto la città di Raqqa, storica capitale di Daesh).                                                                  

Anche se la perdita di Kobane, la capitale del PYD che è stata il simbolo della lotta Curda da quando nel 2014 le FDS respinsero l’offensiva jihadista in una battaglia chiave, lascerà il segno.