Commissione Segre ovvero il lusso del pensiero critico

Come la democrazia sana poggia su una stampa intellettualmente onesta, indipendente, plurale 

Di Filippo Marchetti-

Pochi giorni or sono è stata approvata al Senato la mozione Segre sull’istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. La stampa unanimemente ha plaudito all’iniziativa, condannando l’astensione di Lega e Fratelli d’Italia, così additati di strizzare l’occhio ai nazisti. Questa vicenda, per i motivi che saranno spiegati di seguito, e che attengono tutti al tenore testuale della mozione, lungi dall’essere quella che si è preteso, è il manifesto di come una stampa ormai politicamente appiattita è divenuta inabile ad ogni riflessione critica.  

La mozione muove dal tentativo di dimostrare la sua necessarietà. E’ nel prosieguo, laddove viene fatta una ricognizione del significato di “hate speech”, che si raggiungono livelli che avrebbero dovuto fare aggrottare le sopracciglia a chiunque si voglia ancora definire ispirato da principi liberali. Viene in particolare richiamata la Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del 30 ottobre del 1997, a tenore della quale è “hate speech” ogni forma di “incitamento o giustificazione dell’odio razziale, xenofobia, antisemitismo, antislamismo, antigitanismo, discriminazione verso minoranze e immigrati sorretti da etnocentrismo o nazionalismo aggressivo”. In altre parole, tra tutte le definizioni di hate speech richiamate, in base a questa discorsi di odio verso i cristiani, gli induisti, le donne, l’incitamento alla discriminazione ai danni di persone eterosessuali, o dichiarazioni di odio nei confronti delle istituzioni del paese ospitante da parte di immigrati non sono da ricomprendere entro il concetto di hate speech. 

Se ciò non fosse abbastanza, si sfiora l’attentato alla separazione dei poteri con la chiusura della mozione, la quale attribuisce alla Commissione straordinaria il potere di “segnalare agli organi di stampa ed ai gestori di siti internet casi di fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche, quali l’etnia, la religione, l’orientamento sessuale, l’identità di genere, o di altri particolari condizioni fisiche o psichiche, richiedendo la rimozione dal web dei relativi contenuti ovvero la loro deindicizzazione dai motori di ricerca”. Una commissione immancabilmente politica viene così ad usurpare una funzione che la Costituzione ha inteso porre nelle mani di un giudice terzo ed imparziale, con un atto abnorme, senza alcuna chiarezza, in definitiva, su quale sia la definizione di discorso d’odio alla quale si accede, sul valore giuridico della intimazione alla rimozione, e così via. 

Di tutte le obiezioni sensate che potevano sollevarsi, ovvero: la inutile (ed illegittima e dannosa) sovrapposizione con autorità amministrative indipendenti e con l’autorità giudiziaria; la ineffabilità delle definizioni applicate, oltre alla loro parzialità; la totale assenza di una parvenza di condanna dell’odio politico – che pure esiste, come innumerevoli casi di cronaca, cui tuttavia non è accordata la medesima rilevanza che a parti invertite, dimostrano – diretto da sinistra a destra; la incongruenza delle definizioni con quelle cui corrispondono titoli di reati previsti dalla legge italiana (esemplificativamente: 604-bis c.p., aggravante di cui all’art. 604-ter c.p., legge Mancino, l. 654/1975, e così via), che sebbene in un quadro magari frammentario e perfettibile, nondimeno esistono e si connotano di ben altra chiarezza; della inopportunità di un controllo parlamentare politico sul discorso in generale; di tutto questo, nulla è stato detto. 

Si sono preferite illazioni facili nei confronti di chi si è astenuto, accusandolo di porsi al di fuori dell’arco costituzionale, di mancare di rispetto all’on. Liliana Segre, di ammiccare ai nazisti.

Non si vuole qui esagerare sostenendo che la Commissione Segre cagionerà la fine della libertà di manifestazione del pensiero costituzionalmente garantita. Si vuole piuttosto riflettere su come sia possibile essere arrivati al punto di considerare una conquista di civiltà l’impegno di un ramo del Parlamento per l’edificazione di uno strumento che nel migliore dei casi rimarrà solo inutile. Si vuole portare a riflettere su questo nodo: che il Senato richieda la rimozione di una pagina web per hate speech è una conquista di civiltà?

Forse occorre piuttosto interrogarsi su quanto distorsivo possa divenire il giornalismo, e su quale impatto ciò possa cagionare sull’architettura democratica in generale. Qui a far difetto, più che uno spesso invocato e assai più pericoloso filtro anti-fakenews, è stato il pluralismo, quel necessario concorso di voci ed opinioni dissonanti, il cui incontrarsi ed assommarsi illumina gli argomenti e i temi trattati. 

 

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