(I giorni dell’eternità, Ken Follett.)

Di Elena Mandarà-

Spoiler alert: non sono fascista (e neanche salviniana)

Si sa, il mare è pieno di pesci. In questi giorni, però, il mare italiano sembra inondato, da nord a sud, da una sola specie: le sardine. Questo, infatti, il simbolo scelto da quattro ragazzi, Mattia, Andrea, Giulia e Roberto, per dare vita ad un movimento di protesta contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Un simbolo che, in pochissimo tempo, è diventato virale, sferrando un duro colpo alla popolarità- che sembrava essere inarrestabilmente in ascesa- del Capitano, il quale ha comunque cercato di trasformarlo in cibo per la “bestia”, lanciando l’hashtag #gattiniconsalvini…Ma questa è un’altra storia. Un simbolo – come gli stessi ideatori hanno tenuto a precisare- volutamente lontano da colori e schieramenti politici. E il problema sta proprio qui. Per quanto possa essere entusiasmante che la gente prenda l’iniziativa di manifestare il proprio dissenso contro qualcosa, per quanto sia sacrosanto il diritto di dire che non si è d’accordo e per quanto sia bello che gli italiani riscoprano interesse per la politica, in un Paese in cui ad ogni tornata elettorale si registrano percentuali di astensionismo altissime, non  è abbastanza. Per cambiare davvero le cose, bisogna fare politica. E quello che spesso ci si dimentica, è che fare politica è ben diverso dal praticare l’arte della contestazione. Vuol dire condividere la propria visione di mondo con gli altri, cercare di raccoglierne il consenso e lavorare affinché quella visione si trasformi in realtà concreta. Significa cercare soluzioni ai problemi quotidiani, mediando fra le esigenze e gli interessi di tutti. La politica si nutre di idee, progetti, azioni concrete. Avremmo dovuto impararlo già dall’esperienza dei 5 stelle, medaglia d’oro in “raccolta di voti con cavalcata sull’onda del malcontento”, eppure già in crisi dopo la prima vera esperienza amministrativa, che ha inevitabilmente messo in luce le debolezze di un gruppo che non ha un background culturale e politico comune, ma ha sempre vissuto cercando di fiutare la pista migliore per raccogliere voti. La romanticissima idea del popolo che lotta va bene soltanto a far sognare per qualche settimana, se non si traduce in qualcosa di concreto, in un simbolo su cui tracciare una “X” dentro la cabina elettorale, in un programma che si proponga di fare e non soltanto di criticare. È questo quello in cui Mattia, Andrea, Giulia e Roberto trasformeranno le sardine? E, se ci riuscissero, sarebbero davvero in grado di affondare la nave del Capitano? Non è un caso se Salvini in risposta, fra un gattino e l’altro, abbia chiesto loro di confrontarsi sulle idee. Salvini detta una linea chiara, fin troppo. Facile da capire, concreta, pragmatica. Le sardine, a parte gli slogan, cosa propongono? Se alla “pars destruens” non viene affiancata la “pars costruens”, la protesta perde di ogni significato. Resta fine a se stessa. Tuttavia, se da un lato le sardine sono il movimento ufficiale dell’Italia che si lamenta, ma non propone, hanno comunque avuto il merito di accendere i riflettori e spazzare ogni dubbio (se ce ne fossero ancora) sull’inadeguatezza delle altre forze politiche, incapaci di guidare l’onda anti-salviniana. Da un lato, il PD con tutti i suoi surrogati, emblema della sinistra italiana da sempre professionista nelle scissioni e mai capace di far fronte comune. Dall’altro, il M5S che, nella folle corsa a Palazzo Chigi, ha drasticamente tradito la propria filosofia. Cosa resta? Un mare di pesci che dicono di chiamarsi sardine, ma fra i quali nuotano specie di tutti i tipi, che in comune hanno soltanto la voglia di risalire la corrente. Sarà abbastanza? Temo di no. Non voglio legarmi, però, a nessun pregiudizio… Chissà se i risultati in Emilia-Romagna ci lasceranno muti come pesci o graffieranno  come gli artigli di un gatto.