di Anna Logorelli-

Con il passare degli anni, il mondo è diventato sempre più globalizzato e le barriere che separavano i confini hanno iniziato a crollare una dietro l’altra. Tuttavia, alcune di esse permangono e una delle più tristemente note è quella che separa il Messico dagli Stati Uniti d’America. Il confine tra queste due nazioni, seppure con caratteristiche geografiche diverse, in quanto troviamo territori desertici e  costieri, ha sempre avuto una storia travagliata. Fin dal XIX secolo, con la politica di espansione chiamata “Destino manifesto”, quest’area è stata territorio di scontri tra gli Stati Uniti e l’allora neonato Stato del Messico, culminati nel 1846 con la guerra messicano-americana, che ha portato, con il trattato di Guadalupe-Hidalgo, alla cessione del Texas e di altri territori, tra cui quello della California, al governo statunitense. Venendo ad epoche più recenti, i rapporti commerciali ed economici tra le città confinanti di questi due Paesi si sono fatti più stretti, portando ad un aumento degli investimenti e alla costruzione di importanti infrastrutture.  Nonostante ciò e nonostante accordi sottoscritti dai due governi per consentire l’ingresso di lavoratori messicani sul suolo americano, l’immigrazione di coloro che erano sprovvisti di un visto d’ingresso o che non rientravano nelle quote previste, è stata vista da Washington come un problema, legato in particolare al traffico di droga e alla criminalità. Per questi motivi, si è deciso di porre un freno tramite una barriera. La sua costruzione è iniziata nel 1990, durante la presidenza Bush, partendo dalla costa tra San Diego e Tijuana. Nel 1994 la barriera fu ampliata, costruendo persino lungo un tratto di mare, ma ciò non bastò ad impedire l’afflusso di persone, che aumentava ogni giorno. Ai messicani, ben presto, si aggiunsero anche altre persone provenienti dai Paesi dell’America centromeridionale, in particolare da quelle aree dove le bande dei narcotrafficanti regnano incontrastate o dove non vengono garantiti nemmeno i diritti più basilari. Per raggiungere il loro obiettivo, questi uomini si affidano a dei trafficanti che, una volta arrivati presso il confine, li abbandonano al loro destino, fatto spesso di violenze e soprusi. In risposta, il governo statunitense ha aumentato il numero delle guardie al confine, attuando politiche di “tolleranza zero”: una tra queste riguarda la separazione dei figli dai genitori. Prima dell’entrata in vigore di questo provvedimento, le famiglie che entravano illegalmente sul territorio americano venivano giudicate da un giudice speciale. A partire da quest’anno, vengono processate dinnanzi ad un tribunale federale per ingresso illegale. Così, mentre il processo è in corso, i migranti vengono imprigionati e, dal momento che, secondo la legge americana, i bambini non possono restare in prigione con i genitori, vengono separati e affidati ai servizi sociali o, nella peggiore delle ipotesi, vengono anch’essi imprigionati e costretti a vivere in condizioni disastrose, come documentato da diversi reportage e dalla giovane deputata del Congresso Alexandria Ocasio-Cortez. Questo provvedimento ha causato un enorme sdegno in tutta la società americana, creando dei malumori persino all’interno dello stesso Partito Repubblicano, inizialmente favorevole a politiche più rigide sul controllo dell’immigrazione. Ciò però non è bastato a scalfire il rigore del presidente Trump, il quale, forte anche di una pronuncia a lui favorevole della Corte Suprema, è rimasto fermo nelle sue posizioni, proponendo, in una recente dichiarazione, la costruzione di un muro anche al confine del Nuovo Messico e del Colorado (pur commettendo un errore, perché il Colorado non confina con il Messico). Malgrado questi annunci, la costruzione è ancora bloccata, perché il Congresso non riesce ad approvare lo stanziamento dei fondi necessari, a causa dell’ostruzionismo dei democratici. Adesso, con la campagna elettorale in corso, il tema dell’immigrazione sta assumendo un ruolo importante all’interno del dibattito tra le forze politiche ma, mentre ancora si dibatte, le persone tentano disperatamente di raggiungere il confine per realizzare il tanto agognato “sogno americano”, che, nonostante la crisi economica del 2009 e la minaccia sempre più forte di una recessione, continua ad affascinare chi nel proprio Paese ha grandi difficoltà e cerca un posto dove poter vivere una vita migliore. Per questo, erigere muri non aiuterà a fermare questo flusso di persone, ma anzi porterà questi ultimi a compiere gesti disperati, che potrebbero condurre alla morte, come quel padre che, nel tentativo di attraversare il Rio Grande con la figlia, a causa della lunga attesa al confine messicano per iniziare la procedura di asilo negli Stati Uniti, è stato trascinato via dalle correnti insieme a lei, non riuscendo a raggiungere la riva.