di Alessandro Avagliano-

Persino a trent’anni da quello che forse è stato il più significativo evento storico del dopoguerra, la caduta del muro che fino al 9 novembre 1989 aveva separato Berlino Est e Berlino Ovest, parlare di confini significa trattare un tema attuale. Quello di Berlino era un confine fisico, così tangibile da aver costituito il letto di morte di oltre centoquaranta persone tra il 1961 – anno in cui fu eretto – e il 1989; ma allo stesso tempo era solo una parte della più lunga e antica “cortina di ferro”. L’”Iron Curtain” di cui parlava Churchill era invece un confine difficile da toccare con mano fuori da Berlino – o dall’Ungheria – , eppure è stata altrettanto reale, dal momento che ha prodotto più eventi storici di quanto avrebbe potuto fare qualsiasi barriera fisica. E così come a dividere URSS e Paesi del Patto Atlantico vi erano i bastioni del comunismo, anche nella società contemporanea è ancora il confine ideologico il più potente strumento di divisione. Non hanno ripetuto fino al parossismo, la Destra e la Sinistra, che un «centro» in cui incontrarsi, nel nostro Paese, è ormai irraggiungibile? E non è forse un confine ideologico – cui l’ironia della natura ha dato forma immanente nelle acque del Mediterraneo – quello che separa l’Occidente, con tutti i suoi vizi ma anche col suo sforzo di garantire i diritti inviolabili dell’uomo, e l’autoproclamatosi Stato Islamico, apocalittico fautore dell’intolleranza religiosa? Il grande rischio della divisione è proprio questo: la guerra indiscriminata a ciò che ci appare diverso e distante. Non perché sia intrinsecamente escluso il dialogo con l’Altro, ma perché non si può dialogare con ciò che non si conosce. E da qui la deriva dei totalitarismi e del nazionalismo, di cui la chiusura delle frontiere non è che l’emblematica conseguenza. È il caso delle tendenze sovraniste tanto popolari tra i capi di governo stranieri: si pensi a Johnson, a Orbán, o allo stesso Trump, che nella sua conversazione con il principe degli euroscettici, Farage, ha addirittura carezzato l’idea di un isolazionismo italiano. Un’ottica decisamente capovolta rispetto a non molti anni fa, prima che naufragasse, nel 2007, il tentativo di dare una costituzione all’Europa. La verità è che, senza un crocevia in cui incontrarsi, ogni nazione, teoria, e ogni persona – perché alla fine è dalle persone che nasce tutto – rimane isolata, incapace di crescere proprio perché incapace di confrontarsi con la diversità e di mettersi in discussione. Circondata dalla muraglia dell’incomunicabilità, che «ha in cima cocci aguzzi di bottiglia», come scriveva Montale. 

A questo problema ha in gran parte ovviato, proprio dopo la caduta della cortina di ferro e del muro di Berlino, l’avvento rivoluzionario di Internet, piattaforma privilegiata per favorire una globalizzazione degli investimenti, delle comunicazioni, della moda. Ma neppure la globalizzazione è mai stata esente da critiche: anch’essa, col suo levigare ogni cultura allo scopo di eliminare barriere negative, ma anche distinzioni positive, rischia di far scomparire alcuni degli elementi che caratterizzano l’identità di ogni individuo: come la padronanza della lingua madre; come la conoscenza della propria storia e delle proprie tradizioni, e persino il modo di ragionare. Basti pensare all’impatto che la logica aristotelica ha avuto sul modo in cui noi occidentali organizziamo le nostre idee, e a quanto invece sia diverso dal nostro il mondo asiatico, retto su concetti che ci suonano nuovi e complessi – aspetto che caratterizza persino il loro diritto, difficile da comprendere per un giurista occidentale. È, ad esempio, estranea alla nostra cultura l’idea, proveniente dal buddhismo Zen, che quanto più profonda è la conoscenza, tanto più profondo è lo svuotamento interiore: conoscere non significa riempirsi di concetti ma svuotarsi di false presunzioni. Un orientamento che sicuramente stona con l’indirizzo della scuola italiana, da sempre fin troppo nozionistica. E allora, se la divisione genera il nazionalismo e la globalizzazione porta all’appiattimento, quale può essere la soluzione? 

Sarebbe forse auspicabile un «cortile dei gentili» in cui incontrarsi: come quello in cui a Gerusalemme, più di duemila anni fa, si scambiavano opinioni giudei e romani, rabbini e legionari, nobili e plebei, perché dal contatto tra culture e ideologie differenti, ognuna col suo retaggio storico e con le sue istanze di cambiamento, possa nascere un frutto più bello. Un frutto di cui tutti siamo artefici insieme, ma che sia il risultato di apporti che devono comunque essere tenuti distinti e le cui peculiarità devono essere rispettate, cosicché si sappia sempre da dove veniamo perché si possa veleggiare verso un futuro migliore.