di Alfredo Marini-

Lorenzo Mannelli, Capo di Gabinetto del Presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

Lo incontro nel suo ufficio a Bruxelles per confrontarci su un tema che caratterizzerà una parte rilevante della legislatura europea appena iniziata, mi riferisco alla Conferenza sul Futuro dell’Europa.

 

Dottor Mannelli, vorrei iniziare con una domanda  generica ma nella quale si racchiudono tutti i dubbi dei cittadini sul tema di cui discuteremo durante l’intervista. Cosa è la Conferenza sul Futuro dell’Europa? Può essa concretamente rappresentare una ripartenza per la nostra Unione?

 

È un errore partire provando a dare subito una definizione della conferenza, poiché semplicemente non si arriverebbe ad una risposta chiara. Quando parliamo della conferenza possiamo pensare ad un’assemblea o ad una convenzione per esempio, voglio dire che la definizione è troppo ampia. Io partirei dal “perché” la si vuole. Perché la Presidente Von der Leyen nonché molti Capi di Stato/Governo la vogliono? Poiché è doveroso rispondere alla domanda di “più Europa” scaturita dalla grande partecipazione alle elezioni di maggio.

Viviamo un mondo globalizzato che ci presenta sfide enormi come la preservazione del pianeta, la lotta alle diseguaglianze e alle ingiustizie sociali. Questi sono alcuni dei fenomeni epocali che inquietano le menti dei nostri cittadini. La risposta a tutti gli interrogativi elencati è una: rivolgersi all’Europa. Secondo il mio parere la conferenza dovrebbe essere un’opportunità, un’occasione che porti i cittadini a partecipare e, soprattutto, orientare le politiche e le istituzioni europee verso le proprie esigenze. 

La conferenza è un processo, un cammino da fare insieme che può portare da qualche parte. Innanzitutto serve il giusto tempo, nel caso specifico saranno due anni e mezzo a partire da maggio 2020. La conferenza sarà un momento di dialogo ed incontro con modalità partecipative antiche e nuove. Si sta pensando ad Agorà dei cittadini, che siano tematiche e delocalizzate in cui essi avranno voce e svilupperanno posizioni che potranno poi essere tradotte in azioni. La conferenza funzionerà se allargherà il tavolo del confronto e ciò potrà avvenire grazie ad una campagna di coinvolgimento ben strutturata a cui sappiamo che i cittadini risponderanno con interesse, basti pensare alla campagna “Io Voto” in occasione delle scorse elezioni. Per quanto concerne i risultati preferirei non scriverli ora, dobbiamo attendere che il dialogo porti i suoi frutti, ma certamente con i giusti ingredienti e la giusta pazienza la conferenza potrà essere un momento di individuazione di nuove istanze per riorientare le policy europee. 

 

Come fare per non perdere questa occasione? Come può funzionare la Conferenza, ma soprattutto si parlerà di modifiche dei Trattati? Mi viene in mente Dublino… 

 

Nel contesto in esame abbiamo due rischi: mettere il cosiddetto carro davanti ai buoi oppure iniziare il ragionamento dal tetto anziché dalle fondamenta. Dire sin da subito che vogliamo cambiare i trattati significa correre un rischio. Nel caso in cui la conferenza dovesse consegnarci alcune tematiche su cui si è registrato un largo consenso e nel caso dovessero chiedersi  interventi riformatori non è da escludere una nuova Convenzione Europea. Con ciò dico che dovremo attendere lo svilupparsi del confronto interno alla conferenza per capire quali saranno le tematiche cruciali su cui i cittadini chiederanno interventi. Dunque non è da escludere una modifica istituzionale dell’Unione ma è un errore grave iniziare con questo preconcetto. Alla fine, prima dei trattati, i cittadini  vogliono essere coinvolti e vedere qualcosa di utile per le loro vite. 

Non dobbiamo pensare prima a cosa si farà, ma capire cosa vuole l’opinione pubblica affinché le proposte di riforma siano sostenute da un consenso reale. Su Dublino non c’è stato il peso dell’opinione pubblica, si è dialogato solo tra governi senza coinvolgere le differenti posizioni dal sud al nord Europa. Se i cittadini faranno percepire in maniera chiara e forte l’importanza vitale di una politica migratoria continentale a quel punto si aprirà la possibilità di modificare il sistema di Dublino. Credo che le modifiche ai trattati debbano essere fatte solo se fortemente volute e solo se necessarie. Esse non sono dunque escluse ma debbono essere fatte con una ratio perché quando si apre alla modifica dei trattati si ha la possibilità di migliorare le cose o metterle a rischio.

 

Quale sarà il ruolo dei cittadini e dei giovani? Le Agorà di partecipazione saranno uno strumento realmente efficace?

 

Con la Conferenza il Parlamento si apre all’opinione pubblica europea mettendosi in gioco. Le Agorà potranno avere un ruolo importantissimo se metteranno intorno al tavolo cittadini provenienti da diversi stati e con differenti punti di vista. Le Agorà dovranno essere tematiche e di categoria e dovranno avere un obiettivo: permettere il confronto e facilitare la conoscenza dell’altro. Solo con questo humus le Agorà potranno funzionare correttamente e individuare proposte di soluzione condivise. I giovani svolgeranno un ruolo fondamentale, grazie alla mobilità e alla conoscenza delle lingue hanno la possibilità di essere i primi veri costruttori di un nuovo sentir comune europeo capace di individuare le nuove sfide continentali e relative soluzioni. I giovani  potranno essere i primi artefici di una nuova opinione pubblica europea, capace di vedere ai problemi con un’ottica europea non più frammentata in 27 pezzi. 

I giovani possono dunque essere il fattore scatenante di un reale processo di rinnovamento dell’Unione su nuove basi. Dobbiamo dare loro gli spazi adatti per confrontarsi e la possibilità di muoversi. Quando parlo di “offrire spazi di confronto ai giovani europei” mi riferisco non solo alle Agorà della conferenza ma a qualcosa di più ampio. Per esempio, perché non implementare il servizio civile europeo permettendo a molti più giovani di parteciparvi?

 

Viviamo nel tempo della Brexit, un momento storico segnato da profonde incertezze sia per l’Unione che per i propri cittadini. Ma abbiamo visto crescere la partecipazione alle ultime elezioni, possiamo dire che l’Europa è un tema cruciale per tutti. Tali fattori potrebbero rendere la Conferenza un vettore per una rinnovata percorso di unità europea?

 

Negli ultimi anni si è parlato solo di Brexit e sovranisti. Credo fermamente che i momenti di crisi non siano solo negativi, essi possano essere ribaltati in opportunità. La crisi è un’occasione di discernimento, un’opportunità per formulare un nuovo giudizio. Ma una cosa è chiara: da soli si muore e nessuno deve rimanere indietro. La conferenza sarà un luogo di costruzione di convergenze che richiederà il giusto tempo ovviamente. Quando gli antichi costruirono i loro edifici decisero di non utilizzare più la pietra grossolana data dalla natura, decisero di squadrarla, ma questa operazione richiedeva tempo. È però vero che solo le pietre squadrate potevano essere incastrate per dare all’edificio solidità ed eccoci oggi ad ammirare le Piramidi ed il Colosseo. La pazienza è dunque un patrimonio comune del genere umano. Dovremo avere la pazienza di lavorare le nostre pietre per costruire l’edificio che vogliamo e la tenuta di quest’ultimo sarà determinata solo dal tempo e dalla cura che avremo impiegato nel lavorare tali pietre.

La conferenza potrà essere una opportunità in questo periodo di crisi solo se si avrà la pazienza di percorrere i piccoli passi che il caso richiede, perché sono i piccoli passi, quelli che tutti possono fare, a coprire le grandi distanze. Per quanto concerne il futuro credo che esso ci riserverà ciò che decideremo di costruire.