Da prestiti politicamente corretti a subprime: come l’ideale di giustizia sociale ha acceso la scintilla per la più grande crisi finanziaria del Secolo.

Deregulation, Reaganomics e Neoliberismo. Ci sono termini che sono ormai impressi nella mente nella collettività e che, ad ogni nuovo comizio, notizia televisiva o articolo pseudo-economico, riaffiorano nella nostra mente. Avidi banchieri capitalisti senza scrupoli che fanno carriera, a colpi di usura, in un mercato finanziario completamente privo di ogni regolamentazione, che si arricchiscono con generosi buyback azionari ed accumulano profitti – magari colludendo con qualche funzionario pubblico – alle spese della collettività. Poi, il 15 settembre 2008, d’un tratto tutto il castello di carte crolla e a farne le spese sono la classe media ed i più poveri che perdono la casa, il lavoro ed i risparmi. “Tutta colpa del Neoliberismo” – affermano gli intellettuali – “se non fosse stato per la deregulation del settore finanziario degli anni Ottanta e Novanta, per la globalizzazione finanziaria e per lo strapotere delle grandi banche, insomma, se non fosse stato per le disastrose politiche di Reagan negli USA e della Thatcher nel Regno Unito, a quest’ora non saremmo in recessione!”. La narrativa preminente è questa, e si sposa perfettamente con le teorie di molti economisti secondo cui i principali driver della più grande crisi del Secolo siano stati la deregolamentazione, i bassi tassi d’interesse nel mercato e l’aumento spontaneo del livello dei salari medi statunitensi che ha gonfiato la bolla immobiliare. Siamo certi che sia questa la realtà dei fatti? Nel suo recente libro “La forza del capitalismo – un viaggio nella storia recente di cinque continenti” Rainer Zitelmann, storico, giornalista, manager ed investitore immobiliare tedesco, racconta una storia diversa, fatta di interventismo economico e gravi errori di politica monetaria. Per evitare di inquadrare Zitelmann come uno dei tanti complottisti anti-establishment è sufficiente pensare che le dinamiche da lui riprese sono state esposte tempo fa dalla Foundation for Economic Education in un articolo intitolato “How the Federal Government Created the Subprime Mortgage Crisis”, da Johan Norberg in “Financial Fiasco”, dagli economisti Adrián O. Ravier e Peter Lewin in “The Subprime Crisis”, nonché da un folto gruppo di giornalisti, sociologi e, soprattutto, economisti (non basterebbe un libro ad elencarli tutti), che si dissociano dalla visione ormai comune di un’economia ingegnerizzata. La realtà dei fatti è dunque diversa, ed ha come protagonisti la Federal Reserve, l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e due società garantite dal governo federale, Fannie Mae e Freddie Mac. Le responsabilità sono diverse ma hanno tutte un comune denominatore, ossia, l’intervento pubblico nell’economia statunitense, iniziamo dunque dall’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan. A seguito della bolla finanziaria dei “dot-com” – principalmente sviluppata dall’euforia del progresso tecnologico e da un’ondata di credito facile proveniente dai bassi tassi d’interesse della Fed – l’indice Nasdaq, uno dei più importanti indici borsistici di Wall Street scese del 74% mentre l’S&P 500, il più grande indice per capitalizzazione mondiale, del 43%. Per sostenere i mercati finanziari l’allora capo della Fed Greenspan tagliò i tassi d’interesse dal 6,25% all’1,75% nel 2001, fino all’1% nel 2003. Per i meno esperti di politica monetaria è bene sapere che uno dei principali strumenti che una banca centrale sfrutta per controllare l’offerta di moneta in un’economia sono i tassi d’interesse in quanto, al crescere dei tassi d’interesse decrescerà la propensione all’indebitamento di famiglie ed imprese, questa tecnica è largamente accettata dalla teoria economica e viene tutt’oggi implementata in tutto il mondo con risultati oggettivi, così come quelli ottenuti da Greenspan, che riuscì ad aumentare l’offerta di moneta del 10% nel 2001. Tuttavia, essendo il tasso d’interesse il prezzo per il denaro preso a prestito, fissare un tasso d’interesse equivale ad imporre un prezzo massimo in un mercato, in questo caso, quello monetario, con la sola differenza che l’offerta di moneta viene monopolisticamente controllata dalla banca centrale – essendo l’unica che può, legalmente almeno, stampare cartamoneta – ciò che ne consegue è, in un mercato in equilibrio, un eccesso di domanda di denaro che, prima o poi, si riverserà nell’economia con effetti inflazionistici. Il rovescio della medaglia è che i tassi d’interesse che per un soggetto economico costituiscono il prezzo da pagare per il denaro preso a prestito, per la controparte costituiscono il guadagno incamerato per aver prestato denaro. Si tratta dunque di investimenti a cui famiglie ed imprese si affacciano quando decidono di acquistare obbligazioni di aziende o titoli di Stato, quando i tassi d’interesse vengono artificialmente abbassati gli investitori si spostano – in gergo tecnico – su asset sempre più rischiosi per compensare la perdita di guadagno. È così dunque che la liquidità pompata dalla Fed va ad inondare i mercati finanziari, i quali, avendo la garanzia di credito a basso costo, non avranno paura di sopportare ancora più rischi per crescere, generando un circolo vizioso che porta alla creazione di una bolla speculativa. Per rendere l’idea basta pensare che gli investitori coniarono il termine “Greenspan put” per riferirsi alla mano magica del capo della Fed nell’intervenire sui tassi d’interesse prima che i mercati finanziari crollassero, drogando ovviamente il mercato azionario. Ma come si passa da Greenspan al settore immobiliare? Così come il mercato azionario, un altro investimento molto comune è quello immobiliare, investimento inoltre all’epoca conveniente anche da un punto di vista fiscale essendo gli oneri finanziari sui mutui ipotecari perfettamente detraibili e totalmente assente l’imposta sulle plusvalenze immobiliari fino a $500.000 per le coppie sposate. Se tassi bassi ed agevolazioni fiscali furono la miccia di una bomba speculativa fino ad allora limitata ad una dozzina di stati, i prestiti politicamente corretti dell’amministrazione Clinton furono la scintilla. L’obiettivo dei politici democratici era estendere la proprietà abitativa delle case ad un sempre maggior numero di individui appartenenti a classi sociali meno agiate. Nulla da ridire se non fosse che, invece di premurarsi affinché individui a basso reddito entrassero nel mondo del lavoro e usufruissero dell’ascensore sociale americano, ci si impegnò affinché le classi meno abbienti fossero favorite per legge nella società, niente di più politicamente corretto insomma. Fu così che il Community Reinvestment Act (CRA), che con Carter nel 1977 non ebbe grande rilevanza, iniziò ad essere ampliato con l’amministrazione Clinton (1993-2001), citando Zitelmann “[la legge] venne notevolmente ampliata ed utilizzata per obbligare le banche a finanziare acquirenti di case che in precedenza non sarebbero stati considerati meritevoli di credito: tutto questo in nome dell’uguaglianza sociale, razziale e della protezione dei neri, degli ispanici e di altri gruppi economicamente svantaggiati dalla discriminazione”. Le banche che non rispettavano tale normativa correvano il rischio di essere citate in giudizio per discriminazione, vedersi bloccare progetti di fusione o nuove aperture di filiali nonché, ovviamente, rischiare di perdere immagine agli occhi della collettività. L’unico modo per evitare la gogna mediatica e la persecuzione giudiziale era rispettare una sempre crescente quota obbligata di prestiti nei confronti dei gruppi “di interesse” e l’unico modo per farlo era allentare le valutazioni di rischio dei singoli soggetti. Era obbligo delle banche pubblicare i loro standard e dichiarare se avevano raggiunto un numero sufficiente di erogazioni “politically correct”, se così non era queste venivano prese di mira dalle associazioni politiche di sinistra. Persino il Dipartimento per l’edilizia abitativa obbligò gli istituti di credito a dare precedenza agli individui “discriminati”. Il risultato fu una crescita del volume dei mutui convenzionati “del 75% tra gli individui a basso reddito, del 78% per gli ispanici e fino al 95% per gli afroamericani” tra il 1993 ed il 1998. La ciliegina sulla torta, nonché puro etanolo per il fuoco della bolla immobiliare, furono le terze ed ultime protagoniste della storia: Fannie Mae e Freddie Mac (nomignoli derivanti da FNMA – Federal National Mortgage Association – e Federal Home Loan Mortgage Corporation). Le due società, seppure private fino al 2008, erano delle Government Sponsored Enterprises (GSE), vale a dire detenevano una linea di credito preferenziale con il Tesoro americano il che rendeva le due società sostanzialmente infallibili, tanto che le loro stesse obbligazioni corporate venivano trattati come “titoli di Stato”. La pericolosità delle GSE risiede nel fatto che, qualsiasi rischio assumano, tali imprese saranno sempre salvate dai contribuenti americani, rendendo dunque di fatto possibile che le due società assumessero qualsiasi tipo di rischio. E così fu, mentre Fennie Mae operava nel mercato creditizio a tutti gli effetti come una banca commerciale privata, Freddie Mac operava maggiormente nel business delle cartolarizzazioni, acquistando mutui garantiti da ipoteca e riconfezionandoli sotto forma di titoli obbligazionari garantiti da ipoteca per il mercato finanziario. Fennie Mae e Freddie Mac, insieme, garantivano la maggior parte dei mutui ipotecari statunitensi ed essendo garantite dal Tesoro americano le imprese erano anche inclini a modificare le proprie policy a seconda degli obiettivi politici dei governanti. Sotto le pressioni del Dipartimento per l’edilizia abitativa e dell’amministrazione Clinton l’obiettivo dei mutui concessi a “soggetti speciali” salì dal 12% del 1996 a quasi il 28% nel 2008, essendo così costrette ad allentare i rating di credito per far fronte agli obiettivi politicamente corretti del governo. Quindi, riassumendo, i bassi tassi d’interesse frutto di una erronea politica monetaria resero vantaggioso l’indebitamento e costrinsero famiglie ed imprese ad optare per asset di investimento alternativi e più rischiosi, tra i quali il mattone. Il settore immobiliare godeva inoltre di notevoli benefici fiscali e l’ossessione della sinistra dell’epoca – e non solo – per il soccorso statale ai meno abbienti costrinse le banche a concedere prestiti politicamente corretti ad individui che, fino a quel momento, non godevano di merito creditizio, aumentando ulteriormente la domanda di immobili e scaricando il rischio su Fannie Mae e Freddie Mac che, essendo garantite dal governo americano, si assumevano qualsiasi rischio acquistando mutui ipotecari in capo a gente che non poteva oggettivamente sostenere l’onere del debito e confezionando Colletaralized Debt Obbligation (CDO) per il mercato finanziario, che ovviamente ricevevano rating altissimo dalle agenzie come Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. Ovviamente la domanda di mutui decollò ed i prezzi delle case crebbero esponenzialmente – certe volte duplicando di anno in anno – alimentando ulteriormente l’appetito degli speculatori immobiliari attratti da lauti e facili guadagni. La bolla finanziaria era iniziata, tutto per colpa dell’interventismo e, soprattutto, del politicamente corretto.

Fonte: Rainer Zitelmann – La Forza del Capitalismo, Un Viaggio nella Storia Recente di Cinque Continenti.

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