di Elena Mandarà

Il nuovo anno si è aperto con la minaccia di una crisi di Governo, che da settimane monopolizza il dibattito politico. Vedrebbe l’opportunità di dar vita ad un esecutivo di centro-destra, come più volte chiesto da Salvini, o, nel caso di ritorno alle urne, vede la possibilità di alleanze fra le aree più moderate?

Gli italiani non si stanno chiedendo chi sarà il premier, chi entrerà o uscirà dalla squadra dei ministri, ma quando riapriranno le scuole, quando arriveranno i ristori, quando sarà possibile una vera vaccinazione di massa. È evidente come l’intera maggioranza di governo, in tutte le sue componenti, si stia confermando inadeguata per i tempi eccezionali che viviamo. Ancora una volta viene scartata l’unica via maestra per un piano di ripresa efficace e largamente condiviso: quella di un confronto preventivo a 360 gradi con le forze politiche e con i soggetti economici e sociali che dovrebbero, tutti insieme, tirare fuori il Paese da questo disastro.

Da giorni il dibattito intorno alla gestione dei fondi del Recovery Fund ruota intorno a tre parole: giovani, donne, Mezzogiorno. Al di là della retorica, però, quali sono le misure che in concreto andrebbero adottate perché si passi dagli slogan ad una seria opportunità di rilancio per il Paese?

I dati più recenti confermano che sul futuro dell’Italia pesa un macigno enorme: nascono sempre meno bambini, la popolazione invecchia e, andando avanti così, tra qualche anno le conseguenze sul sistema economico e sociale saranno disastrose. Il regalo più grande che possiamo fare ai giovani di oggi quindi è la fiducia nel futuro. Chi completa il proprio percorso di studi, chi intraprende la propria attività e vuole creare una famiglia, non può essere abbandonato nel baratro dell’incertezza, ma deve poter contare su uno Stato che lo accompagni con i servizi necessari e lo incoraggi a sfruttare al meglio le proprie potenzialità. Ciò è tanto più necessario al Sud, dove le condizioni di partenza sono ancora più difficili. In questo senso, non possiamo permetterci di sprecare nemmeno un centesimo delle risorse che arriveranno da Next Generation EU. Dobbiamo concentrare quei fondi in progetti mirati a modernizzare il Paese: digitalizzazione, sostenibilità ambientale, infrastrutture sociali sono le priorità da perseguire. Lascio per ultima quella a cui tengo di più: dobbiamo liberare le potenzialità delle nostre ragazze e delle nostre donne. Per loro, diventare mamme deve tornare a essere la più bella esperienza della vita e non un ostacolo per le legittime aspirazioni di carriera. Asili nido e tempo pieno a scuola devono essere realtà diffuse in tutto il Paese, occorre abbattere i pregiudizi culturali che escludono l’universo femminile da settori ad alto sviluppo (a partire da quello scientifico e tecnologico), possiamo incoraggiare gli uomini a condividere le responsabilità familiari. Tutto ciò non aiuterebbe solo le donne, ma l’Italia intera.

Sempre a proposito di Recovery Fund, ha più volte rimproverato al Governo di non aver adeguatamente coinvolto il Parlamento e le opposizioni, nonostante l’importanza storica di un investimento di questa portata. Crede che la paventata crisi e le crescenti pressioni porteranno un cambiamento nell’atteggiamento del premier? Qual è il rischio di quella che lei ha definito “una partita giocata in solitaria”?

L’intera gestione dell’emergenza sanitaria, nonché di quella economica e sociale che ne è conseguita, è stata accentrata a Palazzo Chigi. La mancanza del confronto perfino all’interno della maggioranza è stata la scintilla che ha fatto esplodere l’attuale crisi politica. La storia sarebbe stata senz’altro un’altra se nel 2020 il Governo avesse costruito un fronte politico unito a difesa del benessere del Paese. Non so se ci sia ancora il tempo per scongiurare nuove soluzioni raffazzonate o se esista l’energia per voltare davvero pagina, ammettere che una situazione eccezionale richiede atti politici di responsabilità e coraggio fuori dal comune. So che i modelli più efficaci di lotta al virus – in Israele, in Germania – sono legati alla capacità delle classi dirigenti di generare coesione sociale, spirito di comunità e senso di responsabilità individuale e collettiva. È la strada che dovremmo imboccare anche noi, subito, se si vuole dare una speranza agli italiani anziché limitarsi a galleggiare sulle disgrazie e le paure di un intero Paese.

Cambiando tema, dai dati apprendiamo purtroppo che l’emergenza Covid ha comportato un aumento esponenziale dei casi di violenza domestica. A poco più di un anno dall’approvazione della cosiddetta legge “Codice rosso”, da lei fortemente voluta, può dirsi soddisfatta dei risultati raggiunti o ritiene che siano necessari ulteriori interventi legislativi per combattere il terribile fenomeno della violenza di genere?

Il lockdown ha peggiorato una situazione già di per sé drammatica: migliaia di donne e di bambini sono stati costretti a vivere chiusi in casa con uomini violenti, senza la possibilità di avere contatti con l’esterno e poter quindi chiedere aiuto. In Italia abbiamo buone leggi contro la violenza sulle donne e il “Codice rosso” è una di queste, ma bisogna sempre verificare l’applicazione reale della norma per poter intervenire a correggerla. In questo caso, ad esempio, abbiamo riscontrato un grosso limite da superare: troppi violano senza conseguenze l’obbligo di allontanamento dalla casa familiare o di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Così sono liberi di compiere impunemente nuovi atti di violenza. Per questo, ho proposto di introdurre l’arresto in flagranza per chi viene individuato in luoghi in cui non potrebbe stare. Ma – lo ripeto – il problema più grave in questo momento non è legislativo, ma culturale: il rispetto per la donna, la parità tra i generi, il rifiuto della violenza non si impongono solo per legge, ma vanno coltivati fin da bambini. È essenziale che questi principi siano insegnati a scuola a partire dalla più tenera età, con metodi e linguaggi adeguati. Solo così potremo creare una società realmente paritaria.

In merito ai recenti episodi di Capitol Hill, che lei ha condannato, ritiene che si possa parlare di diffuso pericolo per la democrazia, legato al crescente consenso di partiti estremisti, di cui anche in Italia dovremmo preoccuparci e che potrebbe portare ad una rinascita dei poli moderati?

Quanto successo a Capitol Hill dimostra che mettersi fuori dal perimetro dello Stato di diritto equivale a sposare l’anarchia e il caos. Ne è consapevole anche la grande maggioranza degli elettori e dei dirigenti repubblicani, fino al vicepresidente Pence, che infatti ha preso le distanze dai messaggi violenti e intimidatori veicolati da Trump prima della rivolta. Ma quei fatti sono anche un monito per la politica dell’intero Occidente: soffiare sul fuoco del risentimento e dell’estremismo è un errore potenzialmente fatale, un comportamento irresponsabile che nessuno che abbia a cuore lo Stato, la legge, le regole, la civile convivenza, si può più permettere.