Un paradosso a forma di stivale

C’è un frenetico viavai, al Colle. Sale un Presidente (del Consiglio) e ne scende un altro (della Camera) con un mandato esplorativo. Entrambi rincorsi da sciami di giornalisti.

Frattanto, il Paese brancola nel buio. Non che negli ultimi anni (almeno tre, ma potrei contarne ben di più) l’Italia abbia percorso la propria strada ad abbaglianti spianati, beninteso. Tuttavia, la sensazione di procedere a tentoni è più che mai presente in questo esilarante periodo.

Potrebbe dirsi, con il classico ed italianissimo spirito di guardare nel giardino del vicino per verificare la tonalità della sua erba, che tutto il mondo -Cina esclusa, ma sono i vantaggi, si fa per dire, della dittatura- stia brancolando nel buio. Il grande vizio, anch’esso tutto italiano, di questa affermazione è che è totalmente distante dalla realtà dei fatti.

A ben vedere, l’intero ultimo anno è stato un lunghissimo viaggio astrale dai toni lisergici.

Mentre, per limitarci ai vicini nel giardino dei quali possiamo sbirciare, Francia, Germania, Spagna e perfino il Regno Unito, pur nelle difficoltà, optano per linee di gestione della cosa pubblica chiare e definite, il rattoppato Stivale adotta la linea della schizofrenia. Sembra un anno fa (tecnicamente, lo era), quando “la squadra di governo più bella del mondo” (sic) affermava che l’Italia fosse la migliore d’Europa nella gestione dell’emergenza (con il Ministro della salute pronto a lanciare il suo libro scritto sotto l’ombrellone, “Così Guariremo”), per poi improvvisamente rendersi conto dell’impennata della curva epidemica. Seguivano alcune ulteriori dichiarazioni, rettilinee come chi guida un motorino tra le buche di Roma, del tenore di: “Chiudiamo a novembre per salvare il Natale”, cui seguiva “Chiudiamo a Natale per riaprire a gennaio” per finire con un primo mese dell’anno nel quale, nonostante i dati epidemici stabili, praticamente chiunque gridava all’imminente (ulteriore) ecatombe.

Ma facciamo finta che la gestione dell’epidemia sia stata razionale e che i cittadini non abbiano dovuto sopportare cambi di “zona” (frastornante assurdità) giornalieri senza che il Governo si degnasse almeno di aggiornare tempestivamente le F.A.Q. (assurte negli ultimi mesi a fonte di rango para-costituzionale).

Possiamo allora parlare del Recovery Fund, uno dei perni sui quali ha volteggiato la traballante crisi di governo che si è trascinata per più di un mese, sventata (ma solo per una settimana), da statisti quali Bruno Tabacci (esatto, quello dei pullman per portare i votanti al congresso di +Europa), capo dei Responsabili-Costruttori-Europeisti-Confusi, e il Senatore Ciampolillo, principalmente famoso per aver eletto il proprio domicilio su un albero, verosimilmente condannando gli ulivi pugliesi all’estinzione, e per aver suggerito al Presidente del Consiglio di diventare vegano.

Anzitutto, il Recovery Fund non si chiama così: il suo nome è “NextGenerationEU”. Non si capisce quale spinta razionale abbia portato le forze di maggioranza (dal memabile Di Maio, al flemmatico Zingaretti, fino a chiunque guidi LeU e qualsiasi cosa egli od ella faccia) a mutare il suo nome, a meno di non voler pensare che sia frutto di quel sostrato italico che porta a pensare che il belpaese sia lo Stato più bello del mondo e che debba semplicemente essere operata una restitutio in integrum (come se prima della pandemia andasse tutto alla grande). Ma immagino che la nomenclatura sia (ingiustamente) reputata noiosa: parliamo allora dei contenuti. Pochi forse lo ricordano, ma una prima manciata di idee fu raccolta da Vittorio Colao, ex AD di Vodafone Italia, che a giugno, grazie al lavoro di una delle migliaia di task force ad esempio, “quella delle donne”, creata perché in quella di Colao ce ne erano poche?) istituite negli ultimi dodici mesi, ha partorito il trapassato alla storia “piano Colao”. Un documento con un centinaio di idee tra riforme e investimenti, che ha avuto il solo merito di scatenare qualche faida interna alla maggioranza, per poi finire totalmente ignorato dalle successive bozze del Piano nazionale di ripresa e resilienza (o PNRR, sigla assai più solenne o se non altro meno irritante). Una bozza che, oltre a innescare la (lenta) bomba a orologeria che ha fatto saltare il banco a Palazzo Chigi, si è rivelata essere (ancora, nel solco della migliore tradizione nazionale) un gargantuesco pacchetto di bonus, aiuti e mance, che secondo le più affermate tesi keynesiane, avrebbe dovuto attivare un magico moltiplicatore (x0 è un moltiplicatore, in effetti). Avviatosi lo psicodramma, Conte ha acconsentito ad alcune modifiche, che tuttavia non hanno destato particolare fiducia. È del 31 gennaio un articolo del Financial Times a firma di Silvia Sciorilli Borrelli (“Corporate Italy lashes out at ‘disconnected’ Covid recovery plan”) che evidenzia come il sentiment diffuso tra gli imprenditori sia che, ove l’Italia -non è scontato- riesca a proporre il proprio piano alla Commissione, questo verrà bocciato. Troppa assistenza, pochi investimenti, troppa burocrazia, zero riforme.

Si può però obiettare che fare previsioni è superficiale e che la matematica, specie per i grandi numeri (238 miliardi di euro tra aiuti, fondi di coesione e prestiti è una cifra sufficientemente imponente), è roba da professionisti. E io tutto sono men che un professionista dei numeri.

Potremmo allora concederci alcune chiacchiere da bar e parlare del MegaCommissario Galattico Domenico Arcuri. Certo, non sarebbe un gran bell’esempio di razionalità. Taccio degli attacchi politici che periodicamente riserva a certe teorie politico-economiche (che, per riservatezza, riferisco a tale A. Smith; o forse sarebbe meglio menzionarlo come Adam S.?). Mi concentro invece sulla scarsa linearità con la quale ha gestito alcune scelte fondamentali per la gestione del contagio nel paese. Per fare un esempio, posso citare i banchi a rotelle. Ci ha puntato tutto: letteralmente, una montagna di soldi (pubblici, ovviamente). Oltre al fatto che le gare di appalto per fornirli hanno spesso avuto uno strano odore, e che non sapremo mai cosa sarebbe successo se i soldi investiti in questi go-kart scolastici fossero stati investiti nel Trasporto Pubblico Locale (o per un bonus go-kart per mandare i pargoli a scuola in autonomia), c’è da notare che sono stati usati per circa un paio di settimane prima di essere destinati alla polvere. E pare che di polvere ne prenderanno parecchia nel prossimo futuro: la notizia del giorno è che stiano andando in disuso perché causano mal di schiena. Ma non voglio essere confuso per Mario Giordano: passare per qualcuno che strepita volteggiando sui banchi a rotelle non gioverebbe alla mia carriera. C’è allora il nodo del piano vaccini: mentre la Germania (per citare un modello irraggiungibilmente virtuoso) ha per mesi avuto un sistema vaccinale pronto ad essere attivato non appena le prime dosi fossero state disponibili, l’Italia ha avuto l’ardore di presentarlo ai primi di dicembre. C’è poi stato il V-day (nome piuttosto infelice), la polemica sui medici in ferie di Gallera e il roboante proclama del milione di dosi inoculate, di gran lunga meglio di ogni altro paese del vecchio mondo. Peccato che la vaccinazione si sia arenata, mentre altrove procede con ritmi cadenzati e razionali. Il tutto, mentre l’all-in veniva puntato sul vaccino Astrazeneca: un vero peccato che l’AIFA lo abbia raccomandato solo per gli under-55, sostanzialmente rendendolo inutile per chiunque debba essere vaccinato nei prossimi mesi.  Non pago, il Commissario (che ha peraltro imbastito una terrificante campagna di odio verso i produttori dei vaccini, che oltre ad essere giusto un poco controproducente sembra anche fondata su basi piuttosto tenui) ha deciso che, per la fase della vaccinazione di massa, il Paese si sarebbe dovuto affidare a dei meravigliosi padiglioni in plastica con una deliziosa primula stampata sopra. Non mancano le incongruenze: il futuro fornitore (al quale, a rigor di bando, sono fatte richieste degne delle fatiche erculee: assistenza tecnica in trenta minuti in tutta Italia, installazione simultanea dei padiglioni) dovrà installare un numero di baracconi compreso tra 21 (uno per capoluogo di Regione/Provincia Autonoma: leggasi “operazione dimostrativa”) e 1200 (leggasi, infattibilità). Peraltro, a detta degli esperti, il progetto (donato nientemeno che da Stefano Boeri) è inadatto dal punto di vista degli allacci alle fognature per i servizi igienici, dell’altezza dei vani, dell’ampiezza dei corridoi e del ricircolo dell’aria: un incubatore di contagi capace di competere con un bar che propone aperitivi nel pieno rispetto delle norme di sicurezza o con la famigerata movida (giovani, siate voi dannati). Il tutto, nella consapevolezza che fosse meglio spendere una cifra compresa tra gli 8,6 e i 400 milioni di euro anziché affidarsi a strutture ed attrezzature già esistenti, con un risparmio di spesa notevole. Non c’è da preoccuparsi: chi donerà (è stato istituito apposito IBAN al quale possono devolversi donazioni con la causale “sostegno primula”) almeno 400.000 euro -il costo di un padiglione salvo ribassi- verrà omaggiato con una targa 50cm x 50cm con inciso il proprio nome da apporsi sul fiorellone di plastica finanziato.

Ma va tutto bene. “Andrà tutto bene” dicevamo (dicevano!) poco meno di un anno fa quando guardavamo il lockdown applaudendo inebetiti dai balconi. Va bene andare avanti mentendo ai cittadini e a sé stessi che l’Italia è il miglior paese del mondo. Va bene vomitare “elezioni” a qualsiasi domanda venga fatta anziché proporre alternative costruttive. Va bene credere che la barra del timone sia ancora in mano a qualcuno.

Va bene perfino riversare odio e biasimo contro un politico che ha osato revocare in dubbio le capacità del Leader Supremo. La sinistra tende a vedere l’insubordinazione come sovversione, è noto: la conseguenza è stata un terrificante backfire contro un povero toscano scanzonato, reo di avere posizioni autonome invece di eseguire meccanicamente gli ordini del Capo, e l’odiosa retorica del “nel mezzo di una pandemia te fai la crisi di governo?”.

Nel mezzo di una pandemia, chi legge, farebbe mai delle scelte per quello che ritiene essere l’interesse pubblico? Nel mezzo di una pandemia, chi legge, eserciterebbe i propri diritti politici? Nel mezzo di una pandemia, chi legge, avrebbe a cuore i propri diritti civili e le proprie libertà fondamentali (beninteso, comprimibili per giustificati motivi)? Nel mezzo di una pandemia, chi legge, pretenderebbe mai ragionevolezza (ma che dico, razionalità!), giustificazione degli atti che decidono della vita del paese (di recente la richiesta di scostamento di bilancio per decine di miliardi di euro è stata richiesta con un documento di appena quindici righe) che non sia il principio res in ipsa loquitur (per il lettore non avvezzo ai brocardi: “sta la pandemia, dotto’!”)?

Ad avviso di chi scrive, la risposta è affermativa.

Se ad avviso di chi legge la risposta è negativa, pregherò con voi per un Conte-ter.

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