Tutela delle balene in acque internazionali: perché l’azione dell’IWC è così importante per noi

E le balene uscirono

a scrutare Dio

fra i solchi danzanti delle acque.

E Dio fu visto dall’occhio di una balena.”

Homero Aridjis, L’occhio della balena

Se dovessi spiegare il perché io sia così tanto affascinata da questi grandi cetacei, risponderei che sono
animali estremamente romantici e gentili.
Basti pensare che, nonostante la loro enormità (la balenottera azzurra arriva a pesare 150 tonnellate per
33 m di lunghezza), la loro dieta è basata esclusivamente sul plancton, minuscole particelle organiche
presenti nei nostri mari.
La maggior parte delle balene non ha denti, ma fanoni, cioè delle lamine necessarie per filtrare l’acqua.
Questa caratteristica le rende innocue per gli uomini e per gli altri animali marini.
Inoltre, essendo mammiferi, i cetacei sono estremamente simili all’uomo, sia da un punto di vista
fisiologico, sia da un punto di vista comportamentale. Le balene, infatti, intraprendono relazioni sociali
complesse e comunicano attraverso un vero e proprio canto; gli esemplari maschi corteggiano le
femmine proprio grazie a queste serenate così potenti da potersi propagare nell’acqua per decine di
chilometri.

Non sono assolutamente in grado di fornire informazioni scientifiche sulla vita delle balene, sul loro
habitat e quant’altro, e non è nemmeno ciò di cui vorrei parlare. Ciò che mi preme è invece riflettere su
quanto siano fondamentali per l’uomo e per l’ecosistema in generale, e sulla loro protezione a livello
giuridico in acque internazionali, ovvero il così detto mare libero, disciplinato dall’art. 87 dell’ UNCLOS
(United Nations Convention on the Law of the Sea). Quel mare considerato res communes omnium,
libero di essere navigato, sorvolato e sfruttato dagli stati parte della Convenzione, che possono quindi,
sempre in conformità a quanto stabilito dal Trattato stesso, pescare in acque internazionali, portare
avanti la ricerca scientifica, costruire isole artificiali e altre istallazioni autorizzate sempre dal diritto
internazionale.

Uno degli scopi principali dell’ UNCLOS è quello di tutelare la biodiversità in alto mare, sia
indirettamente, disciplinando la navigazione al fine di limitare l’inquinamento prodotto dalle navi stesse o
da incidenti in mare, sia in maniera diretta, attraverso la previsione di disposizioni generali volte alla
regolamentazione della pesca e all’obbligo di cooperazione tra gli stati parte, tramite apposite
organizzazioni internazionali volte alla gestione e conservazione delle risorse marine viventi.
Numerosi sono gli strumenti legali volti alla tutela della biodiversità, ma in questa sede tratterò, a
grandissime linee, la più importante organizzazione per i cetacei: l’ IWC (International Whaling
Commission), istituita dalla Convenzione Internazionale sulla Regolamentazione della Caccia alle
Balene (1946).

Ritengo che il discorso sui cetacei meriti particolare attenzione perché, oltre ai motivi strettamente
personali di cui ho parlato precedentemente, spesso si tende a sottovalutare per disinformazione il ruolo
cruciale di questa specie nella preservazione dell’ecosistema mondiale.
Innanzitutto, abbiamo già detto che le balene si nutrono di krill e di fitoplancton (ovvero il plancton
totalmente vegetale); quest’ultimo, presente sulla superficie dell’oceano, è fondamentale per la
regolazione del clima, poiché assorbe CO2 e, quando alla fine del suo ciclo vitale sprofonda negli abissi,
lo trascina con sé. Il fitoplancton è anche indispensabile per la formazione delle nuvole e di metà
dell’ossigeno su questo pianeta.
Detto ciò, la relazione tra balene e fitoplancton è una delle tante espressioni dell’equilibrio che regna
nell’ecosistema marino e terrestre: la defecazione dei cetacei, infatti, è un importantissimo fertilizzante di
questa vegetazione marina. Di conseguenza, riducendo il numero di balene (che tra l’altro sono in via di
estinzione) destabilizziamo il clima e mettiamo a rischio l’equilibrio dell’ecosistema marino che è
fondamentale per la vita sulla terra.

In secondo luogo, uno studio del Fondo Monetario Internazionale ha dimostrato che una balena, durante
la sua vita, riesce ad immagazzinare in media 33 tonnellate di anidride carbonica (un albero, in un anno,
ne assorbe 21 chilogrammi), che vengono poi trascinate, alla fine del ciclo vitale dell’animale, sul fondo
degli abissi e quindi eliminate dall’atmosfera per secoli.
Chiariti questi aspetti, non è difficile capire perché ci siano strumenti giuridici internazionali volti alla

salvaguardia delle balene.
Ciò che mi ha incuriosito e sorpreso dell’ IWC è stata la sua capacità di cambiare nel tempo. Infatti,
come possiamo notare dal nome stesso, la Convenzione era nata come strumento giuridico intento a
regolare la caccia baleniera, che era quindi consentita e disciplinata.
Nel 1982, tuttavia, ci fu un importante cambiamento di rotta da parte di questa istituzione: venne istituita
una moratoria sulla pesca delle balene per fini commerciali, lasciando la possibilità di cacciarle solo per
adempiere a programmi di ricerca scientifica, fermo restando il rispetto delle disposizioni e, soprattutto,
delle limitazioni sancite dalla Convenzione.

La moratoria scatenò da subito proteste tra gli stati membri, e si andarono a creare due fazioni: gli stati
pro – whaling, di cui ricordiamo in particolar modo Giappone, Islanda e Norvegia e gli stati anti – whaling.

Il Giappone, prima dell’ abbandono dell’IWC, è stato il Paese che ha posto in essere continue violazioni
della Convenzione, attraverso il raggiro di alcune disposizioni di quest’ultima.
L’art VIII dell’ ICRW autorizza qualsiasi Governo contraente ad accordare dei permessi speciali per
catturare, uccidere e trattare le balene per le ricerche scientifiche. Tuttavia il Giappone, attraverso il
programma scientifico JARPA II (Japan’s research whaling in the Antarctic) ha posto in essere catture ed
uccisioni solo apparentemente in linea con quanto disposto dalla Convenzione.
Questa incompatibilità è stata sancita dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel caso Whaling in
Antarctic (Australia v. Giappone); la sentenza (2014) ha riconosciuto una mancanza di merito scientifico
nelle operazioni di cattura messe in atto dal Giappone, oltre al fatto che le esigenze scientifiche
enunciate nel JARPA II potevano essere soddisfatte con metodi alternativi all’uccisione degli esemplari,
come il campionamento del DNA o il monitoraggio a distanza.

Nonostante la sentenza della CIG, il Giappone ha presentato un nuovo piano di ricerca scientifica, il
NEWREP-A, che sostituiva solo formalmente il precedente JARPA II, poiché in realtà non forniva i dati
necessari per permettere al comitato scientifico dell’ IWC di accertare la conformità alla sentenza della
Corte.

Tuttavia, il Giappone non è stata l’unica parte della Convenzione ad opporsi alla moratoria dell’ IWC.
Anche l’Islanda e la Norvegia hanno contestato l’eccessiva rigidità del divieto di caccia baleniera per fini
commerciali, sostenendo che la Commissione non basi le sue scelte sui dati oggettivi ricavati dal
comitato scientifico dell’istituzione stessa; tali dati permetterebbero la possibilità di pescare le balene in
maniera sostenibile, assicurandone la conservazione.
Nonostante tali obiezioni, la Commissione è rimasta ferma nella sua posizione, provocando la
costituzione della NAMMCO (North Atlantic Marine Mammal Commission), fondata nel 1992 e composta
da Norvegia, Islanda, Groenlandia e Isole Faroe.
Questa organizzazione è nata in risposta alla moratoria dell’ IWC e ha come obiettivo la gestione
sostenibile dei cetacei e di altri mammiferi marini. La NAMMCO regola, per esempio, i metodi di caccia e
gli strumenti utilizzati per l’uccisione, mirando a limitare la sofferenza dell’animale.

Le incompatibilità tra la politica baleniera nipponica e quella dell’ IWC sono culminate nel 2018, quando il
Giappone ha annunciato il suo ritiro dalla Commissione e la conseguente ripresa della caccia alle balene
per fini commerciali.
Nonostante questa notizia possa destare sconforto agli amanti dei cetacei, l’abbandono del Giappone
sembra aver avuto anche dei risvolti positivi per la tutela di questi ultimi:
rinunciando ad essere parte dell’ IWC, lo Stato non avrà più alcuna voce in capitolo nelle questioni
interne all’ istituzione; di conseguenza, è vero che potrà pescare i cetacei senza più doversi conformare
alle limitazioni quantitative previste dalla Convenzione (cosa che, tra l’altro, non ha mai fatto), ma non
potrà più porre veti alle deliberazioni interne dell’ IWC stessa, che, quindi, si è sicuramente liberata di
un’importante e costante obiezione a istituzioni di ulteriori santuari per cetacei e all’adozione di regole più
stringenti per la protezione di questi ultimi.

A questo punto possiamo domandarci come mai questi Paesi abbiano così tanto a cuore la caccia alle
balene e quali prodotti necessari al nostro fabbisogno possano essere ricavati dai cetacei.
In tempi più antichi, le balene erano cacciate per ricavare l’olio dal loro grasso; quest’ultimo veniva
utilizzato per la margarina, ormai costituita da oli vegetali, per alimentare le lampade ad olio, ormai
cadute in disuso e per il sapone, che al giorno d’oggi si ricava con sostanze sostitutive più idonee.
Per quanto riguarda la carne di balena, attualmente venduta e consumata soprattutto dai Paesi pro –
whaling, ci sono stati numerosi studi circa la sua tossicità, a causa dell’elevato contenuto di mercurio
presente in questi animali.

A questo punto, mi chiedo quale approccio sia preferibile: quello magari estremo dell’ IWC, che
riconosce un diritto inviolabile alla vita delle balene, oppure quello più moderato preso in considerazione dalla NAMMCO?

Non è così difficile capire quale sia il mio punto di vista … tuttavia, una cosa è certa: grazie alla
moratoria del 1982, questi cetacei stanno lentamente ripopolando i nostri mari;
forse, una maggior drasticità a discapito di un approccio più diplomatico è l’unico modo per provare a
regolare l’azione egoista dell’uomo, che sta velocemente distruggendo i principali ecosistemi del pianeta.

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