Non ci resta che l’Oscar: Sound of Metal

“Il mondo può essere un posto molto crudele. Ma ci sono momenti in cui tutto si ferma e questo mondo frenetico diventa luminoso e magnifico. E la paura scompare.”

“L’essenza perduta del mondo”. Questo è il concetto che Darius Marder, al suo esordio alla regia, ha voluto comunicare con Sound of Metal. Forse viviamo in una società che non ci ascolta, o forse siamo noi a non ascoltare lei, ma fatto sta che il tempo ha creato una linea di demarcazione tra l’essere umano e le sue creazioni. La nostra specie, infatti, vive di ciò che ha saputo costruire e questo, in parte, è un bene (siamo pur sempre esseri dotati di intelletto). Il problema sorge però quando le nostre realizzazioni predominano sul nostro Io. Per quale motivo? Perché è la vitalità ad animare le nostre produzioni. Tutte le più grandi opere d’arte, le più belle storie d’amore o le più importanti scoperte scientifiche, nascono da un desiderio naturale di essere a contatto con l’universo. Dal momento in cui, invece, il prodotto della nostra essenza diventa la realtà, cominciano a intravedersi i primi problemi: una scatola chiusa non soltanto impedisce l’arricchimento della nostra vita, ma ne ostacola anche la realizzazione. Il discorso è molto semplice e forse i lettori già ne avranno sentito parlare: se Dostoevskij, Mozart e Michelangelo fossero nati nel XXI secolo, non sarebbero nati Delitto e CastigoLe nozze di Figaro La Cappella Sistina.  Almeno la pensa così Darius Marder che, con questo bellissimo film, ci ricorda quanto sia importante amare la realtà per la sua essenza e non per il suo significato. Così, il tema trattato nella pellicola, ovvero la sordità improvvisa di un batterista, manifesta a pieno i concetti poc’anzi esplicati. Per Ruben Stone (il protagonista) la musica è tutto e l’evento drammatico di inizio film (la sordità appunto), sembra quasi portare a un’inevitabile discesa verso l’oscurità. Hollywood, però, non ama la rassegnazione e, come è facilmente prevedibile, le sorti di Ruben si rivelano ben presto differenti. Ciò che colpisce non è, tuttavia, l’efficacia del messaggio, ma la sua diversità, perché il regista non si limita a propagandare l’accettazione delle proprie condizioni. In questo caso, infatti, la sordità non soltanto non costituisce un limite a godersi la propria esistenza, ma rappresenta anche una potenzialità. In che modo? Attraverso un percorso che permette a Ruben di comprendere la bellezza della realtà circostante. Ciò che, infatti, colpisce del film è l’efficiente persuasione del messaggio lanciato. Solitamente, quando si trattano certe tematiche non si ottengono i risultati sperati. Forse si riesce nell’intento di creare una storia romantica e commovente, ma quasi mai si raggiunge il risultato di Sound of Metal: far dubitare lo spettatore della propria esistenza. Stiamo vivendo la nostra vita appieno? Riusciremo a non avere rimpianti? Sono questi gli interrogativi che il regista vuole comunicare al suo pubblico e, senza ombra di dubbio, consegue l’obiettivo. Non mancano, tuttavia, alcuni difetti, perché la storia a tratti poteva essere sviluppata meglio. I personaggi secondari, infatti, mancano di una caratterizzazione sufficiente a rendere la narrazione credibile e alcuni cambiamenti del protagonista non sono ben chiari. Il problema maggiore sussiste, tuttavia, nella prevedibilità del film, di cui possiamo indovinare l’andamento dopo venti minuti. Va detto però che Sound of Metalè un film drammatico e, in quanto tale, non sente l’esigenza di potenziare gli avvenimenti nella sceneggiatura. Tutto è al servizio del tema principale e, sicuramente, il regista non era disposto a giungere a compromessi. Resta però il fatto che gli eventi vanno approfonditi nella misura dell’impatto che hanno sul protagonista e non sempre avviene in questo caso. Dal punto di vista tecnico, invece, non c’è molto da dire: Marder gira in modo semplice e poco pretenzioso, ma riesce ad accompagnare lo spettatore in un viaggio che colpisce per la sua profondità; gli attori effettuano un lavoro straordinario, dalla bravissima Olivia Cooke al sorprendente Paul Raci. La menzione d’onore va fatta però nei confronti di Riz Ahmed. L’attore britannico di origini pakistane, interprete di Ruben, mette un’altra volta in mostra quelle innate doti attoriali che da anni continuano a sorprendere. 

Forse Sound of Metal non vincerà l’oscar, ma meriterebbe un premio per il solo fatto di aver suscitato delle importanti riflessioni. Viviamo in una società in cui i problemi sono all’ordine del giorno e non possiamo pensare di combatterli senza una sensibilità che faccia da spirito guida. Serve a poco fare i leoni da tastiera sui social network, maledicendo il mondo per averci catapultato in una realtà di gente ignorante. Bisogna risalire alla radice degli ostacoli: non si frenano le guerre senza consapevolezza dei valori umani e non si contrasta il riscaldamento globale senza amore per il pianeta terra. Per evitare le derive a cui il mondo sembra destinato, la razza umana deve sedersi e riflettere, rimanendo “sorda” per un istante dinanzi a quei suoni artificiali che ci conducono fuori dalla realtà.

7/10

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