Non ci resta che l’Oscar: Mank

Puoi fare tutto se hai il potere di far credere che King Kong è alto 10 metri e che Mary Pickford è vergine a 40 anni.

David Fincher è tornato. Il regista americano, conosciuto al grande pubblico per film come Fight clubZodiac, Seven e Il curioso caso di Benjamin Button, presenta al pubblico il lungometraggio più intimo e, al tempo stesso, meno “fincheriano” della sua carriera. Si, perché Mank in parte si allontana dal modus operandi che il regista americano ha adottato nel corso degli anni, analizzando dall’alto il mondo di un cinema passato e, al tempo stesso, sorprendentemente attuale. La storia quindi, che tratta la vita dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz (detto Mank appunto), prende le distanze dal convenzionale biopic e presenta una brillante analisi su uno dei personaggi più importanti della storia del cinema, utilizzando l’espediente di un’epoca passata per analizzare la psiche di un protagonista alquanto controverso. Facciamo però un po’ di ordine. Per chi non lo sapesse, Herman Mankiewicz ha co-sceneggiato (insieme a Orson Welles) una delle pellicole più brillanti, acute e importanti della storia del cinema: Quarto potere. A chi debba attribuirsi la titolarità della sceneggiatura, ancora oggi è questione controversa, perché alcuni indizi portano a credere che l’unico autore sia lo stesso Mankiewicz. La pensa così anche David Fincher, che in quest’opera pone l’attenzione sull’individualità di una sceneggiatura troppo intima e personale per essere il frutto di un lavoro di gruppo. La questione però deve interessarci solo in parte, perché l’obiettivo del regista è anche un altro: comunicare una visione del mondo anticonformista. Quale espediente migliore, allora, di un personaggio capace di scrivere (forse da solo) un film che ha cambiato la storia del cinema e, indirettamente, della cultura popolare? Il Mankiewicz di Fincher è un protagonista intelligente e complesso, tanto che la pellicola apre le porte a un sentimento di perplessità che pervade lo spettatore in gran parte delle scene. Il quadro che ne esce è quello di signore disilluso, pessimista, eppure dotato di un’ironia dal sapore amaro. Proprio quest’ultima riveste un ruolo fondamentale in Mank, perché riassume perfettamente la visione di un personaggio unico nel suo genere. Non è un caso allora che buona parte delle scene si concluda con una battuta, capace di sdrammatizzare ciò che lo spettatore ha visto poco prima: Mankiewicz forse prende la vita come un gioco, forse non la prende sul serio, eppure ne sembra tragicamente succube. Il mondo del personaggio principale non è, tuttavia, finalizzato a se stesso, perché il film prende le distanze dalla mera introspezione. Mank è, infatti, anche una storia di cinema e vuole far aprire gli occhi dinanzi quei lati oscuri della settima arte, che esistevano novant’anni fa e che permangono tuttora. Hollywood diventa così una realtà di inganni e raggiri, in cui la sola regola è quella d’esser scaltri. L’opera di Fincher mette in risalto un capitalismo che influenza in maniera eccessiva l’arte, tanto da averla resa schiava di un’etica antiartistica. Così il regista crea una realtà in cui la propaganda domina incontrastata e in cui si lascia spazio alla vana illusione di un mondo fatto di rose e fiori. La realtà è però simile a un paradosso, perché necessita un cambiamento, che però dovrebbe partire da quelle stesse persone che non hanno motivo di cambiare. Il cinema serve allora a comunicare una “falsa visione”, volta a favorire la staticità culturale e la convenzionalità delle masse. Mankiewicz è un personaggio fuori posto, all’avanguardia, troppo geniale per una società che ripudia le correnti nuove. Non è allora un caso la scelta di raccontare la storia di Quarto potere, un film di morale anticapitalistica che è stato realizzato attraverso un contratto di libertà artistica totale: il film di Welles è uno spirito libero e unico, quanto l’autore che ne ha scritto la sceneggiatura. Così anche Mank, che è la vittima di un sistema piatto e poco funzionale, cerca in tutti i modi di ricercare le radici della fonte d’ispirazione. Forse non si potrà più girare un Quarto potere, ma si può tentare di spiegare al pubblico quanto sia vitale ricordare opere del genere. Proprio Fincher, che ha spesso trovato un equilibrio tra libertà autoriale e distribuzione, risulta essere la persona giusta per ricordare un personaggio come Herman J. Mankiewicz. Bisogna quindi fare i complimenti a una troupe che ha saputo raccontare in modo sapiente una storia di cui si sentiva il bisogno. Certo, non siamo davanti a un capolavoro, e alcune scelte di trama potevano essere gestite meglio, ma l’obiettivo del film era raccontare una storia, non crearla. Netflix ha prodotto opere migliori? Certamente si. Fincher ha girato film migliori? Probabilmente si. Il film merita l’oscar? Forse no. Tutto questo non ha però alcuna rilevanza, perché a ricordare la genialità non si sbaglia mai. 

VOTO: 7

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