G8, limoni.

È passata una settimana dalle commemorazioni per i vent’anni del G8. Ho volutamente aspettato per scrivere quest’articolo. Inerme, come molti personaggi della storia che vi sto per raccontare, ho trascorso svariate ore degli ultimi giorni a farmi sopraffare da video, podcast, foto e interviste che necessitano di tempo per essere assimilate o almeno per essere viste integralmente.

Senza pause manca l’aria, e non è il caldo.

Nel podcast di Internazionale, “Limoni”, in una delle prime puntate il direttore del giornale dice che, col passare degli anni, quando tratta di questo tema vede sempre meno informate le nuove generazioni. Io rientro esattamente tra quelli che avrebbero potuto guardarlo spaesati. Praticamente da zero, quindi, mi sono immersa in questa storia.

Non so quanti di quelli che stanno leggendo conoscono l’odore di un lacrimogeno, quell’odore acre che resta in gola e che continui a sentire anche dopo nel naso e nei polmoni per ore.

Sprovvisti e, in molti, pacifici, i ragazzi che si recavano a Genova tra il 18 e il 22 luglio 2001 avevano limoni negli zaini. Si diceva servissero a proteggersi da quell’odore lì e in generale dalle conseguenze dei lacrimogeni.

Aspra, proprio come il sapore di quel bell’grume così tanto italiano, sarà questa storia. Non voglio farvi un’ennesima telecronaca delle varie manifestazioni che si sono tenute in occasione dell’incontro dei grandi del mondo nel 2001, anche perché vi sono numerose e dettagliate ricostruzioni dei giornalisti, soprattutto stranieri, che erano sul posto. Piuttosto, il mio è un invito a riempire di significato le parole Genova, 2001, G8 e Carlo Giuliani così da non dover più guardare spaesati chi vi fa riferimento e da poter avere un precedente significativo da richiamare quando, ancora oggi, fatti di cronaca simili, per fortuna non paragonabili, continuano ad accadere. 

Il periodo in cui le delegazioni di Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, UK, Italia, Russia e Canada vennero accolte a Genova dall’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (che aveva da appena 7 giorni inaugurato il governo Berlusconi II) vedeva in auge il movimento no-global. 

Questo movimento criticava i meccanismi del mercato e il neoliberismo e raccoglieva sindacati, associazioni, partiti e ong di diverse ideologie e ispirazione. Tutti questi soggetti confluirono nel Genoa Social Forum (GSF). Quello che si può dire essere stato il manifesto del movimento fu “No Logo”, un saggio pubblicato dalla giornalista canadese Naomi Klein nel gennaio del 2000.

Completamente esterni al GSF erano invece i Black Bloc, il cui nome venne coniato in Germania negli anni’80 e fa riferimento a manifestanti in abiti neri e passamontagna che attuano una sorta di guerriglia molto violenta, disperdendosi immediatamente dopo. 

Quest’ultima caratteristica ha causato nei primi giorni del G8 circa 200 feriti e attacchi perfino ai giornalisti da parte delle cariche della polizia originariamente indirizzate contro i Black Bloc che, vedendoli dispersi, individuavano nei loro nuovi obiettivi dei manifestanti perlopiù pacifici. 

Sempre durante i primi giorni morirà Carlo Giuliani, un ragazzo di 23 anni che aveva assaltato, insieme ad altri ed armato di un estintore, una Jeep con dentro tre poliziotti e che verrà ucciso da un “colpo sparato in aria”. È sicuramente tragica la morte di un manifestante, che verrà archiviata dal giudice durante le indagini preliminari come un caso di legittima difesa e uso legittimo delle armi, e lascia ben intuire quale fosse ormai il clima a Genova. È però molto più grave ciò che avvenne dopo, durante la notte di sabato 20 luglio, nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

È in questi luoghi che si sono tenute le efferatezze allora descritte da Amnesty International come “la più grave violazione dei diritti umani in una democrazia occidentale dal dopoguerra”. La scuola Diaz, articolata su due strutture antistanti, era stata allestita dal Comune come luogo per il pernottamento dei manifestanti e come centro operativo del Genoa Social Forum. A 00:00 di sabato 20 luglio venne dato avvio ad una perquisizione da parte di 250 poliziotti nella struttura utilizzata come dormitorio. Il tutto era ripreso dal palazzo difronte, sede legale del GSF e di una radio, in cui verrà fatta incursione poco dopo.

Riporto il referto dell’ospedale che fa riferimento solo ad uno di quelli che saranno gli 87 feriti della scuola Diaz (di cui 5 ricoverati in codice rosso e 2 in coma), il primo che i poliziotti hanno incontrato entrando nella struttura. Mark Covell, un giornalista inglese, da questo pestaggio ne è uscito in coma, con 8 costole rotte, un polmone perforato, una mano fratturata e 10 denti in meno.

A seguito della “perquisizione” furono arrestati in 93 con l’accusa, secondo i verbali della polizia, di associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio, porto darmi da guerra e resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Nello specifico questi ultimi due capi di imputazione facevano riferimento al fatto che era stato denunciato il tentativo di un manifestante di accoltellare al cuore un poliziotto ed erano stati ritrovate due bottiglie molotov. L’accoltellamento a seguito di indagini successive risultò fasullo. Per quanto riguarda le bottiglie molotov, erano state ritrovate nel pomeriggio in un’aiuola e portate dai poliziotti stessi all’interno della scuola Diaz per avvalorare la tesi che i soggetti all’interno fossero pericolosi, risultò invece che la maggioranza di questi durante le percosse non aveva neanche opposto resistenza. Quando queste stesse bottiglie dovranno essere portate in tribunale non verranno più trovate e si aprirà un’indagine parallela.

Questi, sono alcuni degli eventi che compongono, in maniera alquanto evidente, quella che è stata definita dalla Suprema Corte di Cassazione una “scellerata operazione mistificatoria” operata dalla polizia a cui può essere aggiunto, ad esempio, il fatto che quando la magistratura chiese alla polizia delle foto degli agenti, ai fini del riconoscimento da parte delle vittime, furono fornite delle foto risalenti ai tempi dell’arruolamento. 

Le efferatezze non si fermarono all’interno delle mura della scuola Diaz ma anzi peggiorarono all’interno di quelle della caserma di Bolzaneto, che fungeva come carcere temporaneo e in cui erano stati portati, per identificarli e arrestarli, i feriti meno gravi. Ciò che accadde lì fu poi confessato da due infermieri penitenziari un mese dopo i fatti.

Nessuna legge italiana all’epoca puniva la tortura e i capi di accusa infatti riguardarono fattispecie diverse, come lesioni e lesioni gravi. Dopo 11 anni per i fatti della Diaz vennero condannati 25 agenti ma tra indulto e prescrizione neanche uno di loro andrà in carcere. In carcere invece, vi andranno, con l’accusa di devastazione e saccheggio per massimo 13 anni, solo alcuni manifestanti. Per quanto riguarda i vertici delle forze dell’ordine, sei di questi verranno interdetti dai pubblici uffici per 5 anni per il reato di falso aggravato.

Sono questi i numeri e l’epilogo di una vicenda per cui l’Italia è stata due volte condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo nel 2015 e nel 2017. È questa la dimostrazione di mala gestione dell’ordine pubblico, eccesso di potere, impunità giudiziale che ha reso il nostro paese tristemente noto e che a vent’anni di distanza abbiamo il dovere di ricordare, o conoscere, coscienti che molte delle falle del sistema giudiziario e interne alle forze dell’ordine che caratterizzarono quei giorni sono tuttora parte della società in cui viviamo.

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