Il crollo di Evergrande e dell’economia cinese, ma è davvero la nuova Lehman Brothers?

In questi giorni si sente tanto parlare di Evergrande e del suo crollo, ma di che si tratta esattamente? Evergrande è un gigante immobiliare cinese che ha annunciato di non voler/poter pagare l’interesse di 100 milioni di dollari sulla prossima rata del debito societario totale che ammonterebbe a 300 miliardi di dollari, pari al 2% del bilancio cinese. 

Nonostante il nome della stessa abbia chiare influenze internazionali (la sintesi di inglese e italiano che significa “Grande per sempre”, abbastanza ironico a pensarci ora), quando nel 1996 è stata fondata, aveva tutt’altra vocazione. Il suo fondatore è un ingegnere metalmeccanico cinese dalle umilissime origini e possiamo riassumere il suo exploit come una parabola dell’apertura del mercato cinese agli investimenti globali, riassumendo un po’ tutta quello che è stato il boom economico cinese degli ultimi vent’anni. Ancora un elemento ironico, quindi, Xu Jiayin che dalle campagne cinesi riesce a perseguire il suo “sogno americano” nella allora quasi chiusissima Cina, creando una società che vende immobili, approfittando del cambiamento radicale del volto dell’economia cinese, da agricola a industriale e, quindi, sfruttando l’enorme richiesta di strutture abitative nelle città, che così si riempivano a vista d’occhio. Per capire la grandezza del gruppo societario oggi, si consideri che possiede più di 1.300 progetti immobiliari in oltre 280 città in Cina e afferma di avere 200.000 dipendenti, ma crea indirettamente più di 3,8 milioni di posti di lavoro ogni anno, secondo il suo sito web. Evergrande è il secondo più grande imprenditore edile della Cina, che si è rapidamente convertito da “società immobiliare di maggior valore al mondo” nel 2018 a “società più indebitata del mondo”. 

Alle basi di questo enorme crack sicuramente c’è da un lato il rallentamento a lungo termine del mercato immobiliare cinese, dall’altro sicuramente il massiccio ricorso all’investimento finanziario, tutto questo ampliato dalla crisi economica da COVID-19. La causa principale è, quindi, ancora una volta il sovraindebitamento di questi giganti dell’economia, realizzato mediante finanziamenti a lungo termine e a pratiche gestorie assolutamente non prudenti.

Inoltre, il settore immobiliare nella politica economica cinese è stato fortemente incentivato, tramite tecniche di (quasi totale) esenzione fiscale. Come conseguenza, queste società hanno costruito un grandissimo numero di immobili, senza tenere conto della progressiva diminuzione della domanda, immobili che così sono rimasti invenduti, portando ad una forte svalutazione del prezzo delle case. Il calo della domanda, sembra assurdo, deriva dalla crisi demografica che persino la Cina sta affrontando. La Cina, il paese più popoloso al mondo, paese in cui era stata introdotta l’aberrante politica di controllo delle nascite (la cui abrogazione è stata soltanto annunciata, ma, secondo le nuove linee, le coppie sposate potranno avere tre figli senza dover temere multe, ritorsioni o la perdita del posto di lavoro. Lo stato cinese però continuerà a mantenere una forma di controllo demografico: avere più di tre figli rimarrà vietato).

A questo punto, il governo ha tentato di smorzare la speculazione edilizia e l’eccessivo indebitamento dei promotori immobiliari, introducendo la politica delle “tre linee rosse” nel 2020. Le tre linee rosse stabiliscono che si deve mantenere un rapporto passività/attività inferiore al 70%, un rapporto di indebitamento netto inferiore al 100% e un rapporto cassa/debito a breve termine superiore a 1. Gli imprenditori hanno tre anni di tempo per implementare questa politica, che probabilmente ridurrà il sovraindebitamento degli sviluppatori immobiliari in futuro e vede come sanzione in caso di inottemperanza l’impossibilità di ricorrere al credito. Gli amministratori di Evergrande, a quel punto, avevano indirizzato una lettera (che sarebbe dovuta rimanere privata) al Governo, in cui lamentavano la crisi in bilancio ma affermavano come la società sarebbe stata in grado di far fronte ai suoi debiti nel prossimo futuro. Ovviamente tale lettera non è rimasta privata, creando lo shock dei mercati. 

In questo scenario, diversi sub appaltatori e fornitori si sono lamentati di non essere stati pagati e i cantieri si sono fermati. Secondo gli esperti, il gruppo detiene più di un milione di proprietà prepagate dai clienti che non sono ancora state costruite, aggiungendo l’apprensione degli investitori cinesi, molti dei quali sono piccoli acquirenti. Mancando la capacità di prendere in prestito sui mercati finanziari, e a corto di contanti, il gruppo ha cercato di ripagare alcuni di questi creditori in natura, offrendo posti auto e proprietà non finite.

Detto ciò, non rimane che temere per le conseguenze di questa crisi, dato che la Cina è la seconda economia mondiale, che rischia di contagiare anche i mercati occidentali. Il confronto con la crisi della Lehman Brothers, società immobiliare statunitense, il cui fallimento, ha fondamentalmente portato alla crisi del 2008, appare così spontaneo.  

In questo momento, la crisi è sì sistematica, ma ancora piuttosto interna al sistema cinese. Prevale la convinzione, quindi, che non ci sarà un macroscopico impatto nell’economia occidentale, dal momento che non risultano significativi investimenti diretti da parte delle grosse società americane ed europee. D’altro canto, la Evergrande ha sottoscritto obbligazioni con società finanziarie straniere (bonds offhshore) per un valore complessivo di 19 miliardi di dollari, in particolare ne risentono diverse banche svizzere e inglesi e società finanziarie americane.

In generale, però, gli investitori confidano nell’intervento del governo cinese. C’è la diffusa convinzione che Evergrande sia “too big to fail”, per cui il governo dovrebbe intervenire. In questo si concretizza la principale differenza rispetto al caso della Lehman Brothers, in cui non c’è stato alcun intervento pubblico. Il governo, quindi, sarebbe chiamato ad intervenire un po’ avendo fatto tesoro della storia del 2008 (si pensi che, anche nel mondo occidentale, tale evento ha comportato il parziale ripensamento della visione economica), un po’ considerando anche le diverse visioni politiche e ideologiche, quantomeno rispetto a quelle degli Stati Uniti in quegli anni.

Tuttavia, ciò non è affatto detto. Dal 2014, ad esempio, il governo cinese ha permesso a un numero sempre maggiore di imprese statali di non pagare le obbligazioni nazionali. Solo recentemente, il governo ha dovuto offrire il suo sostegno diretto e incondizionato alla società di gestione patrimoniale finanziaria Huarong, per cui le autorità cinesi saranno probabilmente riluttanti a fare lo stesso per Evergrande. Pertanto, lo scenario più probabile attualmente sembra essere una ristrutturazione del debito del gruppo guidata dal governo, magari accompagnato da iniziative locali per limitare gli impatti sociali e politici. Vi è da considerare, inoltre, che il settore immobiliare rappresenta il 20% della workforce cinese e tale considerazione potrebbe certamente spingere il governo ad intervenire, per evitare che la crisi si propaghi ulteriormente in altri settori. 

In generale, però, si ritiene che il forte controllo indiretto del governo cinese sulle sue principali imprese sia un punto di cruciale differenza rispetto alla Lehman, per cui, in ogni caso, si prevede (e si auspica) che non ci saranno gli stessi effetti.

Un ulteriore punto di differenza rispetto alla Lehman si considera essere il fatto che Evergrande stia affrontando una crisi di liquidità, ma abbia, in ogni caso, un grande patrimonio immobiliare (o comunque di terreni) e si può pacificamente affermare che il valore di questi sia tendenzialmente molto più stabile di quello degli strumenti finanziari. Difatti, sebbene il valore degli immobili sia crollato, si ritiene improbabile che possa diminuire ancora. 

In ogni caso, gli effetti per la Cina sono devastanti ed è impensabile pensare che una crisi talmente significativa della seconda economia globale non abbia alcun’influenza sul resto del mondo. Si può riprendere la parabola che vede la storia economica di Evergrande come quella della Cina: dopo il boom esponenziale, ci si aspetta il crack della finanza. “Un fallimento di Evergrande sarebbe il più grande test del sistema finanziario cinese da anni”, ha sottolineato l’analista Mark Williams di Capital Economics. A questo punto la domanda è, a cosa è disposto il governo cinese per evitare tutto questo? Ciò significa che si sta davvero reintroducendo la concezione economica del “too big to fail”? L’esito delle trattative che si stanno svolgendo in questi giorni forse potrà darci delle risposte. 

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