Il lockdown dei negoziati internazionali ambientali

Il diritto internazionale ha un compito estremamente importante, che è quello di regolamentare questioni di ampia portata, cercando di spingersi oltre le convinzioni culturali dei popoli e al di là dei confini territoriali dei Paesi; esso si basa sul principio di cooperazione, attraverso cui gli Stati si impegnano a collaborare per raggiungere accordi su questioni di comune interesse, ad esempio, ratificando convenzioni o entrando a far parte di organizzazioni internazionali di portata globale o regionale, costituite sulla base di trattati a cui gli Stati scelgono di vincolarsi.

 I negoziati internazionali giocano un ruolo fondamentale nella salvaguardia del Pianeta, che necessita di un’azione su larga scala, urgente, omogenea, organizzata, decisa e ben definita per contrastare le condotte umane più dannose per l’ecosistema.  Cosa succederebbe se i negoziati internazionali più importanti, ovvero sulle questioni più urgenti come quelle riguardanti la salvaguardia del Pianeta e della sua biodiversità, venissero interrotti? O meglio, esiste un impedimento così grave da non permettere ai rappresentanti statali di riunirsi e di continuare le loro relazioni diplomatiche? Quali sarebbero le conseguenze di un ritardo nel raggiungimento degli accordi? E ancora, discussioni così ampie come quelle effettuate a livello internazionale possono aspettare prima di essere affrontate? 

A partire dal 2020, la pandemia da Covid-19 si è rivelata un ostacolo per le Conferenze intergovernative di numerose organizzazioni internazionali, che hanno rinviato ripetutamente i loro incontri, rimandando la stipulazione di accordi di estrema importanza per l’ecosistema terrestre. 

Pensiamo all’azione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) volta a tutelare la biodiversità marina nei confronti di una delle pratiche più deleterie per le acque mondiali: la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU fishing), che si avvale di amministrazioni corrotte e sfrutta sistemi normativi statali deboli, causando un sovrasfruttamento delle risorse ittiche e un pericolo anche per altre specie tutelate (come i mammiferi marini) spesso oggetto di catture accidentali dovute a metodi di pesca non selettivi, crudeli e vietati. L’OMC, di recente, ha avviato dei negoziati volti a proibire le sovvenzioni economiche degli Stati alle attività ittiche IUU: i Paesi continuano a sostenere il settore ittico con pericolosi sussidi, incentivando un aumento della capacità di pesca delle imbarcazioni battenti la loro bandiera e comportando, di conseguenza, una pesca eccessiva, dannosa per le risorse marine. Nel 2001, l’OMC ha avviato dei negoziati volti a disciplinare le sovvenzioni statali alla pesca, al fine di vietare quelle intese a finanziare pratiche ittiche illegali. I negoziati sono proseguiti negli anni incontrando numerose difficoltà, a causa degli interessi divergenti dei Paesi. Tuttavia, i capi di governo si sono impegnati ad elaborare un accordo in materia entro il 2020; la scadenza, però, non è stata rispettata a causa delle restrizioni imposte per il Covid-19, che resero difficoltosi gli incontri tra le Parti. Neanche il 21 Novembre 2021, data in cui si sarebbero dovuti riprendere i negoziati, i lavori sono proseguiti e gli incontri sono stati rimandati a data da destinarsi. Le tempistiche fanno pensare che, forse, i 10/23 miliardi di dollari di danni all’economia mondiale non sono abbastanza per dichiarare urgenti le trattazioni internazionali. 

I negoziati dell’OMC non sono stati gli unici a subire dei gravi ritardi: pensiamo anche alla Conferenza intergovernativa sulla tutela della biodiversità in acque non sottoposte a giurisdizioni nazionali. Attualmente, non esiste una convenzione internazionale, di portata universale, volta a proteggere la biodiversità in acque internazionali; le specie in questione sono tutelate da numerosi strumenti (tra cui la maggior parte di soft law, quindi non vincolanti) che fino ad ora si sono dimostrati sostanzialmente inefficaci. I lavori per la creazione di un accordo giuridicamente vincolante iniziarono nel 2004, su iniziativa dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e sono proseguiti fino al 2020, prima di subire uno stop a causa dei disagi causati dalla pandemia; le prossime riunioni della Conferenza sono state rimandate al 2022. Un ultimo esempio è quello della Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB), in cui si esamineranno i risultati raggiunti per la tutela delle specie dal 2011 al 2020. La revisione e la valutazione dell’implementazione delle misure convenzionali erano previste dal 15 al 28 ottobre 2020, ma dopo essere state ripetutamente rimandate sempre per il solito motivo, hanno costituito oggetto di discussione tra le Parti solo qualche mese fa. La ricerca scientifica ritiene che il Pianeta stia affrontando la cosiddetta “sesta estinzione di massa”, in cui circa un milione di specie rischiano di scomparire entro decenni; questi dati non sono abbastanza allarmanti per continuare i lavori il più in fretta possibile?

Alla luce di questi fatti, è lecito nutrire dubbi e preoccupazioni sulla lentezza con cui stanno procedendo i lavori internazionali. I dati catastrofici relativi alla perdita di biodiversità, al deterioramento dell’ecosistema marino, alle milioni di tonnellate di pesci che vengono pescati a livelli biologicamente non sostenibili, causando problemi di natura sociale soprattutto ai Paesi in via di sviluppo (che basano la propria sussistenza sulle risorse ittiche ormai in crisi a causa dello svuotamento dei mari), non possono essere migliorati con queste tempistiche. 

Attualmente, viene implicitamente creata una gerarchia di problemi mondiali in cui la pandemia è sicuramente ai primi posti, impedendo agli Stati di riunirsi per discutere tematiche così importanti, che solo attraverso un’azione concertata possono essere risolte. L’intenzione della riflessione non è quella di screditare la gravità della situazione sanitaria che si sta vivendo, ma è quella di chiedersi se l’attenzione riservata ai problemi ambientali sia sufficiente e se sia giusto creare una gerarchia tra questioni così fondamentali. 

Il Direttore Generale del WWF e la Segretaria esecutiva della CBD hanno di recente spiegato in un articolo del CNN che la perdita di habitat e il commercio di animali selvatici aumentano la probabilità che le malattie passino dagli animali, all’uomo: l’agricoltura e gli allevamenti intensivi causano la deforestazione, provocando la riduzione dell’habitat degli animali selvatici, che entrano maggiormente in contatto con le persone, aumentando la possibilità di un eventuale contagio. Quindi, si dovrebbe lavorare assiduamente per risolvere il problema alla base, oppure possiamo permettere che i negoziati internazionali in questione vadano in lockdown? 

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