Il rovescio della medaglia – le Città Fantasma cinesi.

Come ormai noto a molti, negli ultimi anni il territorio del Sud-Est Asiatico ha visto, sotto tantissimi aspetti differenti, una crescita senza precedenti.

Basti pensare, ad esempio, al fenomeno delle c.d. “Tigri Asiatiche”, appellativo attribuito a diversi Paesi per via dell’inarrestabile progresso che hanno vissuto, prima a partire dall’inizio degli anni ’90 fino al 1997, e subito dopo la crisi finanziaria di quello stesso anno, fino ai giorni nostri. 

Taiwan, Corea del Sud, Singapore ed Hong Kong hanno sperimentato una vera e propria rivoluzione dal punto di vista politico ed economico, dando vita ad alcune delle zone più profittevoli e finanziariamente sviluppate del pianeta.

A fare da contorno a queste ormai sempre più affermate realtà vi sono altri Paesi, più o meno occidentalizzati, che hanno in un certo senso “approfittato” dell’espansione dell’intero continente per riuscire a “cambiare faccia”. 
La Cina, in particolare, non rientra pienamente all’interno di questa categoria. 
Difatti, per via della già affermata realtà che il “Paese del dragone” rappresenta, e rappresentava già più di venti anni fa, inserirla all’interno della lista dei “Paesi in via di sviluppo” fa sorridere.

Questo non solo per via del ruolo estremamente rilevante assunto dal Paese in termini di scambio e sviluppo internazionale, ma anche per via della sempre più elevata popolazione (la Cina conta 1,4 miliardi di abitanti) e a causa del fatto che, silenziosamente, questo Paese è riuscito a rientrare, ormai da poco più di dieci anni, nella speciale classifica delle economie più potenti al mondo, dove, ad oggi, risulta seconda solo agli Stati Uniti. 

Com’è possibile, dunque, considerare la Cina come un Paese in via di sviluppo? La questione può prendere tantissime direzioni, ciascuna, seppur di poco, differente dalle altre. 

Nell’analizzare un qualcosa di così unico e vasto, non possiamo utilizzare lo stesso approccio che applicheremmo, per esempio, all’Italia. Sebbene le differenze tra questi due Paesi siano ben più che macroscopiche, è l’analisi di piccoli dettagli, culturali e non, che ci può far aprire gli occhi sul più grande boomeconomico che un Paese orientale abbia mai visto.

I principali driver dello sviluppo economico cinese sono riassumibili in 3 punti fondamentali

  1. L’apertura verso l’estero promossa da Deng Xiaoping a partire dal 1978.
  2. La, prima parziale, ed ormai quasi totale, concessione della proprietà privata da parte di un sempre progredente governo socialista.
  3. La voglia da parte di un sempre più elevato numero di persone di voler cambiare la percezione del Paese.

Un’analisi più approfondita di questi punti richiederebbe interi saggi. Non è quindi questo il luogo o il tempo più appropriato.

D’altra parte, vorrei soffermarmi sul settore che, in seguito all’incredibile numero di riforme che da sempre accompagnano lo sviluppo cinese, meglio rappresenta la crescita senza senso di questo Paese; il settore immobiliare.

L’evoluzione dell’economia cinese può essere vista anche attraverso l’analisi del suo mercato immobiliare. Quest’ultimo, ad oggi, risulta essere largamente privatizzato, in quanto il 90% delle case è di proprietà privata. Ciò che risulta decisamente interessante di questo dato è la differenza con altri Paesi occidentali più sviluppati. Esempi concreti sono rappresentati da Italia (73,2%), Australia (67%), Canada (66,5%), Regno Unito (64,8%) e Stati Uniti (63,5%).
La crescita del mercato immobiliare ha contribuito, dal 1999 al 2010, ad una crescita media annua del PIL del 10%. 
Nel 2011 il settore ne occupava il 12%, nel 2012 il 15%, insieme al 14% dell’occupazione urbana totale e il 20% dei prestiti bancari.

Tutto ciò nasce, come abbiamo detto, dall’incredibile numero di riforme e risorse detenute dalla Cina, che, fino a pochi anni prima, non aveva neanche un vero e proprio settore immobiliare. 

Questa “fetta” dell’economia cinese ha rappresentato un vero e proprio cavallo da corsa per il Paese. Parliamo di un mercato in continua evoluzione.

Nella maggior parte dei casi, però, c’è da far conto col rovescio della medaglia. 

Nonostante l’apertura verso l’estero, la Cina resta un Paese estremamente chiuso in termini di ottenimento di informazioni e di dati. 

Basti pensare alle differenze politiche in termini di gestione della recente crisi pandemica, o anche a ciò che arriva a noi occidentali per quanto riguarda l’utilizzo di Internet e Social Media.

Come abbiamo detto, bisogna fare i conti col rovescio della medaglia. Dietro alla gloriosa ascesa economica cinese, vi è un fenomeno che meglio di tutti rappresenta un punto di distacco dalle civiltà occidentali, quello delle Città Fantasma. 

Cosa sono? Cosa esattamente intendiamo per “fantasma”?

Nel senso più pratico del termine, parliamo di veri e propri distretti inabitati. La continua espansione del mercato e la facilità di investimento all’interno di quest’ultimo hanno portato ad un fenomeno di costruzione continua. Pur di costruire, tantissime compagnie hanno edificato interi distretti urbani che, ad oggi, risultano inabitati, dando vita ad una vera e propria catena di montaggio. 

Inoltre, quando si parla di distretti, lo si fa nel senso più concreto del termine. 

Immagine; Carla Haijar, Forbes.
Ordos Kangbashi, una delle prime città fantasma in Mongolia.

Parliamo, infatti, di circa 60 milioni di posti abitativi “vacanti”, distribuiti in più 15 città diverse.

Alcune di queste possono ospitare “solo” 600.000 abitanti, mentre altre superano di gran lunga il milione. Quella in foto è Ordos Kangbashi, la più vasta di tutte. Ospita potenzialmente più di un milione di abitanti, ma ad oggi risulta essere piena solo al 2/3%.

Ci sarebbero tantissimi esempi da riportare. Da Lanzhou nella provincia di Gansu, al distretto Chenggong nello Yunnan fino ad arrivare a Yingkou nel Liaoning. 

Vi è persino una “nuova Parigi” vicino a Hangzhou, storica città della Cina meridionale, con tanto di Tour Eiffel (decisamente più piccola dell’originale) e Champs-Elysees.

Immagine; LightRocket/Getty Images.
Replica di Parigi, comunità residenziale di Tianducheng.

Insomma, si parla di una vera e propria Nazione in miniatura composta da decine di città che avrebbero dovuto ospitare le persone in transito dalle campagne alle aree urbane cinesi, e che, ad oggi, è quasi del tutto vuota. 

Lo scenario da “Io sono leggenda” accompagna questi distretti urbani, costruiti senza un senso logico e con l’unico scopo di non rallentare la falsa crescita del settore. Parliamo di un già visto “effetto bicicletta”, in cui si continua a pedalare solo per non cadere. 

Ad un certo punto, però, la strada finisce e, in un modo o nell’altro, bisogna fermarsi.
 
Il Paese vive oggi una gigantesca bolla immobiliare che non spaventa solo la Cina, ma tutto il continente. Il settore ha rallentato drasticamente, ed alcune delle più grandi compagnie al mondo, come Evergrande, stanno cadendo a pezzi. 

La costruzione scellerata di queste città rappresenta ben più di un passo falso nello sviluppo capitalistico cinese, e chissà che il Paese non debba farne i conti proprio adesso.

Immagine; VCG/Getty Images. 
Chenggong, provincia di Yunnan, una delle città fantasma più grandi.

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