La Cronaca nera e i giornalisti daltonici

Quante verità esistono? Orwell nel suo romanzo 1984 descriveva la verità come un qualcosa di mutevole, per cui anche fatti più concreti diventano argilla e cambiano in base a chi e come vengono raccontati: “Come posso fare a meno di vedere quello che ho davanti agli occhi? Due più due fa quattro. A volte, Winston. Altre volte fa cinque, a volte tre. A volte fa cinque, quattro e tre contemporaneamente”. Ancora oggi, nell’era dell’informazione nonostante non esista  più un’unica “luce” che illumina la popolazione liberandola dall’ignoranza, nonostante le fonti e le voci che narrano una storia siano ormai innumerevoli, la verità non si palesa sempre limpida dinnanzi al lettore, il quale colta la notizia di un evento di cronaca nera dopo un primo sconcerto e dolore obiettivo ed assoluto, resta avvolto e aggrovigliato in titoli ad effetto e racconti di parte che fantasticano sulla vita precedente della vittima, romanticizzano storie d’amore sofferte, preambolo di gesti di violenza e morti sanguinose, analizzano i profili dell’omicida, si soffermano sulle sue introspezioni, sui moventi, sulle colpe di un gesto efferato. Ed è così che l’opinione pubblica si frammenta dinnanzi a notizie che non dovrebbero lasciare spazio a fantasie ma solo a tanto dolore. 

La Corte di Cassazione in una sentenza storica del 1984 ha sancito i limiti al diritto alla cronaca, i quali  sono stati rimarcati recentemente dal tribunale di Ancona nel 2021. Nel rispetto e in forza dell’art 21 della Costituzione che riconosce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, i requisiti individuati da una giurisprudenza ormai consolidata sono tre: il rispetto della verità, l’interesse pubblico alla conoscenza del fatto e la  correttezza formale dell’esposizione. In particolar modo la Corte di Cassazione  su quest’ultimo requisito insiste affermando che la notizia riportata non deve essere eccedente : “rispetto allo scopo informativo da conseguire, improntata a serena obiettività̀ almeno nel senso di escludere il preconcetto intento denigratorio e, comunque, in ogni caso rispettosa di quel minimo di dignità̀ cui ha sempre diritto anche la più̀ riprovevole delle persone, sì da non essere mai consentita l’offesa triviale o irridente i più̀ umani sentimenti.” 

Un progetto dell’università della Tuscia analizzando più di 16.000 articoli ha indicato tutte le pratiche sbagliate e comunemente adottate dalla stampa nel raccontare i femminicidi come: la colpevolizzazione della vittima enfatizzando e rimarcando lo stato elevato d’ubriachezza della ragazza al momento della molestia o la mancata denuncia dinnanzi a un comportamento ambiguo e possessivo. 

E la storia si ripete. Articolo dopo articolo anche quest’ultima volta, in occasione dell’ennesimo dolore collettivo i giornali hanno sbagliato a raccontare la storia di Giulia Cecchettin. Nelle foto in prima pagina i ragazzi si abbracciano e si tengono per mano, i loro volti sono felici e si guardano negli occhi sono ritratti come una coppia armoniosa e felice, e subito il titolo da cronaca rosa: “la loro storia d’Amore durata quasi due anni, poi la separazione”. La natura del loro rapporto viene rimarcata e arricchita ogni volta, e quando il padre della ragazza dichiara di sperare in una fuga d’amore i giornali si sbizzarriscono con titoli dalle presupposizioni azzardate come: “forse Giulia è consenziente!” Persino il luogo in cui è stato rinvenuto il cadavere è stato descritto con aggettivi poetici ed idilliaci: “un posto sperduto e magico”. Così, il nero vivo che connatura una storia d’odio così straziante raramente traspare dagli scritti nazionali; a prevalere sono, invece, i dettagli sensazionalistici e suggestivi, gli stessi che descrivono il giovanissimo assassino come un “bravo ragazzo” soggiogato dalla propria disperazione, talmente innamorato da non riuscire ad accettare il distacco, poi arrivano le perizie legali sul corpo della giovane, che richiamano alla fredda realtà, e così vengono riportate le parole del gip, della violenza inaudita di cui parla, e stavolta, non c’è spazio per alcuna fantasia. 

La cronaca può e deve sensibilizzare l’opinione pubblica, ma questo deve accadere narrando il fatto al suo stato “naturale” senza caricarlo di alcuna finalità scenica.

Raccontare l’omicidio, la molestia, le urla, la denuncia, il dolore, la morte: questa verità non è forse abbastanza? Non scuote sufficientemente l’opinione pubblica? 

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