di Elisabetta Cannavò-

Nell’Ottobre 1961, momento culminante della crisi di Berlino, le due superpotenze, sovietica e statunitense, si fronteggiarono in modo ostile al Checkpoint Charlie, facendo temere per uno scontro brutale.

Questo punto di frontiera tra le zone Est e Ovest di Berlino fu uno dei punti di passaggio tra le due parti della città, un luogo carico di valore storico, nonchè simbolo della Guerra Fredda.

Se questo posto di blocco creò una separazione fisica lí dove si consumò il conflitto tra il Blocco Sovietico e il Fronte Americano, il Mediterraneo rappresenta oggi, simbolicamente, un nuovo check-point tra il Nord e il Sud del globo. 

Alcuni storici, in proposito, hanno coniato la definizione di “geografia della frattura”, per segnalare la scomposizione di natura economia e geo – culturale che divide in due l’area del  Mediterraneo.

E, ancora, il concetto di “Mediterraneo allargato”, ha reso l’idea di un’area dai confini fluidi e in continua evoluzione. Comprende geograficamente un’orbita settentrionale, una meridionale e tre quadranti che corrispondono a differenti regioni geopolitiche: quella euro – mediterranea, quella mediorientale, quella caucasico- caspica. Non si tratta semplicemente di uno spazio geografico, ma un soggetto con una sua identità storica e dinamiche autonome rispetto ai confini degli Stati bagnati dalle sue acque. 

Oggi, dinamiche storiche, politiche ed economiche hanno reso il Mar Mediterraneo l’epicentro dell’instabilità globale. 

Nel frangente storico in cui viviamo, due grandi fenomeni hanno rotto gli equilibri precedenti. Nel decennio compreso tra il 2007 e il 2018, la crisi economica del dopo guerra ha segnato diversi Stati Europei tra cui l’Italia. Inoltre, abbiamo assistito ad un esodo senza precedenti di migranti economici e rifugiati.

L’Europa ha fatto fatica ad inquadrare la pericolosità di questi fenomeni, la reazione è stata lenta e tutt’ora è incerta la strategia. Il ritardo europeo nella ricezione della crisi che stava per tempestare il Mediterraneo, ha prodotto conseguenze assai più gravi, in termini di flussi migratori, di rischi sulla sicurezza e nell’economie nazionali, negli anni a venire. Gli analisti più accreditati suggeriscono che l’Europa fu colta impreparata in ragione della coincidenza di questi fenomeni con la crisi economica interna.

Quest’ultima, infatti, creò una sorta di introflessione di ogni governo verso la  propria politica interna. Lo stesso fu anche per l’Italia. 

Volendo fornire uno scenario sintetico per spiegare lo stato di precarietà dell’intera area Mediterranea, sarebbe opportuno menzionare le ondate di proteste della cosiddetta Primavera Araba. Le sommosse dei regimi arabi determinarono in alcuni casi nuovi assetti, come nel contesto tunisino, lì dove si è insediato un fragile modello democratico; altre realtà sono tuttora lontane dall’approdo finale della stabilizzazione, si pensi al caso libico e siriano. 

A tutto ciò, si aggiunsero i flussi di profughi e rifugiati di guerra accolti in Paesi, come la Giordania, che fanno una certa fatica a sopportarne il peso; non si attenuano i contrasti, in seno al Consiglio di Cooperazione del Golfo, tra il Qatar da una parte e Arabia Saudita, Emirati dall’altra; il conflitto israelo – palestinese; la questione del nucleare iraniano; l’immigrazione incontrollata e i rischi corsi dagli stessi migranti nelle rotte per l’Europa; il reclutamento dei cosiddetti foreign fighters nei paesi europei. 

Questo quadro caotico ci conferma quanto detto inizialmente: il Mediterraneo è l’epicentro dell’instablilità globale. 

Una è l’inevitabile conclusione, difficile da digerire per chi preferirebbe distaccarsi da ciò che succede fuori dalla propria regione, paese, area: i punti di contatto sono infiniti e i confini sono tanto labili da non tenere il ritmo del corso della storia.