di Carla Scalisi-

“Ho sempre apprezzato la disinvoltura con la quale Stendhal utilizza la parola genio. Trova del genio in una donna che sale in carrozza, in una che sa come sorridere, in un giocatore di carte che lascia vincere l’avversario. In poche parole, riporta il termine con i piedi per terra. Con questo intendo dire che quelle donne e quel giocatore incarnano per un secondo tutte le potenze confuse che compongono la grazia, portandole all’estremo. Permettetemi di imitare Stendhal per dire che la signora Édith Piaf possiede del genio. È inimitabile. Non ce ne sono mai state altre come Édith Piaf “- e mai ce ne saranno.

Vecchio e saggio amico della Mome, Jean Cocteau, il principe dei poeti, l’enfant terrible, ebbe giusto il tempo di scrivere questo meraviglioso elogio, prima che anche la sua barca prendesse il largo verso altri mari, o magari, altri cieli.

 

Cosa ci resta di Edith Piaf? Una immagine fissa, uno stereotipo. Avvolta dal “dramma”,

una silhouette nera, un mucchietto di chiffon con gli occhi blu cielo che le divoravano il viso, una bambina che, con passo incerto, si accingeva a gridare al mondo di non rimpiangere nulla. “Una così grande voce in un così piccolo corpo”: l’apoteosi della fragilità che trova nella voce l’unico strumento di legittimazione. Nulla di più falso.

Il passato ci ha lasciato in eredità un’immagine alterata, sbiadita, ben lontana da quella vera e propria. Sarà perché i Fifties ci sembrano lontani, sarà perché i Quaranta sono stati messi a tacere dai sordi colpi di bombe ed armi da sparo che cadevano pesanti in tutta Europa, sarà perché i 30s erano gli anni folli in cui non si pensava ad altro che a scoprire le gambe, ma Edith Piaf, che ha conosciuto le vette più alte della gloria e i fondi più bassi dei disastri personali proprio in questo trentennio “sacro”, viene spesso ricordata come appariva al principio dei 60s, quando, ormai, stanca, usurata e provata, rinasceva ancora, come la fenice dalle ceneri, per far echeggiare il suo ultimo canto di cigno ferito.

 

Edith Piaf fu, invece, ben altro. Conobbe la gloria, diede prova del suo eclettismo, della sua cultura polimorfa, della sua intelligenza, del suo sesto senso, delle sue capacità di adattamento e della sua modernità. Il tutto sapientemente mescolato ad un’ingente dose di altruismo. Un altruismo puerile, spudorato, che la fece morire coperta di debiti. Lei che fu l’artista più pagata al mondo.

Donatore universale di amore, gloria e denaro, la Piaf di certo non si risparmiò nella sua vita, né tantomeno adottò quelle piccole ma efficaci precauzioni da borghese che vive “in prospettiva di un domani migliore”. Edith viveva alla giornata. Meglio una gioia oggi che una tristezza domani. E lo sapeva bene lei che, in quella maledetta notte del 7 luglio, a soli 20 anni, con gli occhi pieni di lacrime, migrava nelle fredde strade di Parigi, elemosinando 10 franchi per pagare la sepoltura alla figlioletta Cécélle, morta poco prima di meningite fulminante. La vita è qui. Ora. Hic et nunc. E di questo, Edith fece la propria filosofia quotidiana.

 

Personalità poliedrica, geniale, modernissima, tirannica, gelosa, possessiva, ribelle, anticonformista, rivoluzionaria, visionaria e sognatrice, Edith Piaf, per quanto “genio sregolato”, fu sempre inflessibile su 3 fronti: la cultura, la patria e l’amore. Le bastarono per sopravvivere?

 

A Saint Lambert, un piccolo paesino di campagna nei pressi di Bormes-Les_Mimosas, tra il profumo del mare e della lavanda, in un hotel de passe di fortuna, senza calorifero, il vecchio Jacques Bourgeat, archivista alla Biblioteca Nazionale Francese, illustre storico, poeta e letterato della prima tranche del 20mo secolo, assieme ad una giovane ragazza assetata di sapere, evoca i grandi misteri del mondo e della filosofia: dalla morte di Socrate, ai  paradossi di Zenone, dalla metempsicosi pitagorica alla metafisica aristotelica. Mossa da un’inestinguibile sete di sapere e consapevole delle sue lacune, dovute ad un’infanzia itinerante ove il suo bisogno di istruirsi e la sua fame di sapere erano soffocati e divorati dalla fame, quella vera, dal freddo e dalla miseria, Edith sognava da anni di avere un libro tutto suo. Sognava di poterlo sfogliare, leggere, istruirsi, conoscere, capire per capirsi. Quanto è vero che ci si rende conto del valore delle cose quando non le si ha!!

Non appena iniziò a confrontarsi col mondo dei “grandi”, si rese subito conto dell’evidente gap che intercorreva tra lei e loro. Motivo per cui, non appena ne ebbe i mezzi, investì tutto il suo patrimonio nella cultura, nei libri e, soprattutto, in una più che modesta biblioteca personale (uno dei suoi più grandi orgogli!) che andò via via ingrandendosi…. E subito prese gusto per il mondo classico, per la storia, la letteratura e la filosofia. Alla costante ricerca del “perché” delle cose, Piaf studiò sino alla fine della sua vita, si nutrì di cultura e trovò pace solo nella lettura, pratica che le dava l’illusione di estraniarsi dal mondo delle sofferenze, quell’arte del saper dare un significato ai “perché” dell’esistenza che tanto la attanagliavano.

Non appena ebbe abbastanza soldi, istruzione e cultura per vivere come una “signora”, il suo salotto divenne cenacolo di “grandi” del calibro di Cocteau, Colette, Gide e Prévert. Altresì definita come il “mecenate di Parigi”, riusciva ad impressionare tutti sfoggiando l’unica ricchezza che non si compra e che non si trova certamente in un vaso di gerbere in Via Mouffetard: la conoscenza. Durante gli anni 50, invitata d’onore ad un vernissage di opere d’arte presso la galleria personale di un miliardario francese, mentre si trovava a discutere amabilmente di Rubens e Rembrandt, dall’alto del suo metro e quarantasette, fece calare il silenzio nella sala e tra i 150 invitati, contestando l’assenza di opere di  Van Gogh, per lei sublimazione dell’arte “moderna”.

Alla faccia della leggenda, che la voleva ignorante e miserabile, Piaf passava la maggior parte del tempo immersa nelle sue letture o nei musei, ove conduceva a forza l’uomo del momento. Nessuno tra coloro che le gravitarono attorno riuscì a sfuggire ai suoi indottrinamenti, alle letture forzate, alle recite delle tragedie di Sofocle e ai concerti di musica classica della sua grande amica ed alter ego Marguerite Monnot.

Poco ci vuole per essere veramente grande. Basta avere umiltà e volontà. Ma pochi sono coloro che riconoscono veramente i loro limiti, le loro debolezze… Sono forse dei derelitti, esistenze stroncate sul nascere? Forse si. O forse no. Piaf, non a caso, fu una di questi. E questo suo bisogno di elevarsi, di conoscere, di tentare l’intentato e di essere passata un po’ dappertutto, la rende inconfondibilmente Piaf, la Piaf che vanta il dono della vera intelligenza, quella poliedrica, quella vera… Quell’intelligenza che la legittima e la eleva al mondo dei grandi.

 

Giusto per non farsi mancare nulla, Édith rese grandi servigi alla Francia, ma la Francia, purtroppo, non gliene rese altrettanti, o meglio, non quanti ne avrebbe meritati.

Ciononostante, è comunque palese che Piaf rimi con amor di patria. E la si immagina prontamente, in quel lontano 1954, quando, con la charlotte in testa, nel film di Sacha Guitry sulla Rivoluzione Francese, intonava il celebre “Ça ira”.  Guitry le fece girare la scena una decina di volte solo per il piacere di sentirla cantare.

 

19 agosto 1944. Dei colpi di fucile annunciano una flebile speranza di liberazione. L’Hotel de Ville e la Préfecture vengono liberati.

All’altezza della Comédie Française, Madeleine Robinson si erge a baluardo, in difesa del “tempio di Molière”. La resistenza, nell’esercitare i propri diritti, a volte, sa far prova anche di crudeltà.

La Liberazione non tarda ad arrivare e, con questa, la promessa di un avvenire migliore. Dopo lo storico discorso di De Gaulle, a partire dal 20 agosto, viene istituito il “Tribunale di Epurazione”, il cui obiettivo sarebbe stato quello di punire ogni forma di collaborazionismo che si fosse ravvisata nella condotta degli esponenti delle classi sociali più eminenti nella Parigi dell’ormai dopoguerra. Iniziano a comparire le liste nere, ovvero liste in cui emergono i nomi di coloro i cui comportamenti durante il periodo dell’occupazione e nei confronti dell’occupante avrebbero potuto rappresentare fonte di pregiudizio. Tra questi, Maurice Chevalier , Tino Rossi, Fréhel e Annette Lajon. La Piaf sarà presto scagionata, anche se ciò che desta sospetti nei confronti della sua persona è l’essersi recata in Germania, a Berlino, per ben 2 volte nel 1944.

Accompagnata dalla fedele segretaria Andrée Bigard, Edith si reca, dunque, al Palais Royal per essere sottoposta ad un interrogatorio e per deporre la propria testimonianza. Pochi sanno che le due donne avevano reso grandi servigi alla patria, nascondendo musicisti e artisti di origine ebraica presso le loro abitazioni o quelle di amiche, e procurando ad uno intero stalag di prigionieri francesi a Berlino dei documenti falsi, che avrebbero permesso loro di oltrepassare la frontiera senza destare sospetto alcuno.

Edith, inoltre, non era ben vista dall’occupante, in quanto, più volte, durante una serie di spettacoli al Casino de Paris, al Gaumont Palace e all’ABC si esibì mostrando il tricolore francese, cantando inni patriottici, come “Où sont-ils mes petits copains”, rischiando un’interdizione ed il pagamento di una pesante ammenda da corrispondere al Kommandantur di una triste Parigi occupata. Viene, inoltre, privata della sua abitazione, dopo la disattivazione del gas, della luce e dell’acqua corrente, per essere costretta a trasferirsi a Rue de Villejust, nella mansarda di un edificio che ospitava, al piano inferiore, una casa di tolleranza, con la quale Piaf mai ebbe contatto alcuno, benché le malelingue (che nella vita di Edith mai mancarono) affabulassero chissà che. La ripugnanza che Edith provava nei confronti dell’occupante andò ben oltre, quando, nell’ottobre del 1944, non esitò a lasciarsi andare a commenti estremamente negativi nei confronti dei tedeschi durante i vari incontri con i suoi connazionali prigionieri nei campi di concentramento.

Non mancarono, inoltre, i gesti di sostegno e filantropia nei confronti di propri colleghi, amici, artisti e collaboratori di origine ebraica, che lei nascose e cui corrispose ingenti somme.

Su due pagine dattilografate, sotto dettatura della padrona, Andrée Bigard così scrive: “M. Nobert Glanzberg, di origine Israelita, in questo momento rifugiato presso “Chateau de la Chazelle” (Tarn et Garonne); La signora Piaf invia al suddetto una somma pari a 6000 franchi al mese dal 1942”. Ancor prima, Glanzberg venne piazzato presso la Contessa Lily Pastré e, in seguito, in una delle residenze di Mistinguett, di cui la Piaf decanta la filantropia.

“Nono”, come Edith lo soprannominava affettuosamente, non fu l’unico ad essere da lei aiutato. Anche Michel Emer, storico caporale, autore e compositore “attitré” della Piaf, ricevette supporto ed una rendita mensile da parte di Madame, così come un certo “Réné Guetta”, giornalista e conduttore radiofonico, il quale percepì una somma mensile pari a 3000 franchi e un alloggio protetto in Corsica sino alla Liberazione.

Per quanto riguarda le tournées in terra tedesca, viene precisato dalla Piaf e dalla Bigard che le due vi si recarono, dapprima, il 17 agosto 1943 e, in seguito, il 17 ottobre 1944.

Durante entrambe le tournées, Edith annota di aver portato con sé una valigia a doppio fondo in cui avrebbe inserito vettovaglie, beni di prima necessità, denaro, lettere di parenti e vestiti da corrispondere ai prigionieri dello Stalag III D ove si sarebbe esibita. Alla fine della performance, decide di farsi ritrarre in foto con tutti i prigionieri francesi. Appena tornata a Parigi, si occupa di ritagliare le sagome di ognuno dei volti dei prigionieri per far fabbricare 147 carte d’identità che avrebbe corrisposto ai prigionieri durante il viaggio dell’anno successivo, permettendo loro, così, di evadere dal campo passando come musicisti della signora Piaf. Delle 147 carte di identità fabbricate, 118 saranno quelle dei prigionieri che grazie a lei riusciranno a salvarsi.

Il patriottismo viscerale della Môme, che francese lo è di sangue, di cuore e di spirito, le permise di superare anche questa prova e di ricevere le lodi e le felicitazioni da parte del Comitato di Epurazione Francese che, finalmente, le riconobbe gli alti servigi resi alla Patria durante la guerra.

 

Marlène Dietrich affermava che l’unico termine che potesse “rimpiazzare” Parigi fosse Piaf. Non tanto per assonanza, ma perché Piaf fu la prima (e forse l’unica) ad esportare il label francese nel mondo.

Diplomatica nel sangue, la si ricorda e la si ringrazia ancora oggi per aver contribuito al rafforzamento dell’ancestrale sodalizio storico culturale tra il popolo gallico e  gli Amerloques, come affettuosamente li soprannominava. Negli anni ’50, infatti, l’America era concepita come il trampolino di lancio della gloria, il più forte strumento di “legittimazione” per gli artisti o per qualsivoglia personalità importante che volesse godere di stima e fama internazionale.

Edith Piaf è tuttora degna ambasciatrice della Francia nel mondo. Non vi è un individuo che non conosca La vie en Rose o che, pensando a Parigi, non si ritrovi proiettato nel suo mondo.

Lo stesso De Gaulle le tributò il più vibrante degli omaggi quando, sfilando al Kremlino nel 1966, al posto dell’inno francese, scelse Padam.

Habituée e coqueluche di poeti, filosofi, artisti e uomini di potere, fu più volte ospite di Eisenhower, il quale la adorava e si divertiva a recitare versi di Prévert e ritornelli di vecchie canzoni francesi assieme a lei. Un giorno, dopo aver appreso dei suoi malanni, le disse “Better live than vegetate”, consegnandola ai posteri in un tripudio di gloria. La gloria della vita che vince su tutto, la gloria della forza, della resilienza e dell’eternità. La GLORIA tout court. Quella vera.

 

Si ringraziano per il materiale storico gli archivisti Anthony Berrot e Jean Paul Maziller, che conservano esemplari storici unici al mondo concernenti Edith Piaf, gentilmente concessi loro dai coniugi Danielle e Marc Bonel. Un ulteriore ringraziamento va a Pierre Duclos, Georges Martin, Robert Belleret ed Emmanuel Bonini, autori di diverse opere biografiche sull’artista.

 

© Edith Piaf Collection- Anthony Berrot et Jean-Paul Mazillier

© Edith Piaf Collection- Anthony Berrot et Jean-Paul Mazillier

© Edith Piaf Collection- Anthony Berrot et Jean-Paul Mazillier

© Edith Piaf Collection- Anthony Berrot et Jean-Paul Mazillier

© Edith Piaf Collection- Anthony Berrot et Jean-Paul Mazillier

© Edith Piaf Collection- Anthony Berrot et Jean-Paul Mazillier