La cura per una malattia inesistente: il caso della conversion therapy

Ricordiamo tutti il ragazzo palermitano “pazzo per Gesù” che venne intervistato da “Le Iene” nel
2018 e poi successivamente diventato virale. Quello che non sappiamo (e che non avevo realizzato
nemmeno io, ndr) è che il processo che l’ha spinto a “rinunciare al demone dell’omosessualità”
costituisce reato in molti Stati Membri dell’Unione Europea. Con un’indagine del tutto sommaria e
basata solo sulle parole di Alessandro durante il suo battesimo presso una Chiesa Evangelica
palermitana, si potrebbe ricondurre l’esperienza da lui vissuta ad una terapia di conversione.
La conversion therapy è un argomento abbastanza “nuovo” nel panorama internazionale ed
europeo. Solo recentemente, infatti, si è giunti ad una definizione riconosciuta. Nel 2020, Victor
Madrigal-Borloz, esperto indipendente delle Nazioni Unite sulla protezione contro la violenza e la
discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, ha definito la conversion
therapy come un “umbrella term” che indica tutte le pratiche volte a modificare o alterare
l’orientamento sessuale o l’identità di genere di un individuo. La conversion therapy è dannosa
fisicamente e psicologicamente. Può variare da una forma più “mite”, come nel caso della talk
therapy o dei “programmi dei 12 passi”, oppure forme molto più violente: somministrazione di
farmaci, violenza, elettroshock, stupro, violenze sessuali. Tutte queste attività, che possono avere
natura religiosa o meno, sono fondate su un’unica premessa: essere “diversi” è sbagliato, malato
o, addirittura, peccaminoso, e che il risultato desiderabile si può ottenere attraverso una terapia.
In realtà questa premessa è totalmente errata in quanto l’omosessualità non è annoverata tra le
malattie dal 1973, anno in cui l’American Psychiatric Association eliminò la diagnosi di
omosessualità egosintonica dal manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali (DSM).
Quindi perché promuovere una cura per qualcosa che non è una patologia?
Se l’idea di “truffa” vi balza in mente tenendo conto del caso di Alessandro, allora vi invito a
guardare il documentario Netflix “Pray Away”. Sin dalle prime scene viene mostrato che la
promozione e la perpetuazione della conversion therapy da parte di varie comunità religiose è
durata interi decenni ed è stata supportata, grazie ad una fitta rete di scambi di favori, dall’assenso
di psicologi, medici e politici, compreso l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush.
Lo schema era semplice: un “ex gay” ed una “ex lesbica”, convertiti per mano di Dio, si sono
sposati, hanno procreato e adesso, in giro per le tv e le radio americane, propongono a coloro che
desiderano essere “normali” di ottenere lo stesso risultato attraverso la preghiera. Quello che è
interessante notare è che i narratori di questo documentario sono gli stessi “ex-gay leaders” che
promuovevano la terapia, oggi tornati ad essere una versione più onesta di loro stessi.
Ciò che preoccupa maggiormente è l’età anagrafica delle vittime, che tendenzialmente, hanno
meno di 18 anni e non consentono a ricevere i trattamenti. Gli Stati Europei che hanno vietato la
conversion therapy – Malta, Germania e, qualche settimana fa, Francia – hanno espressamente
vietato queste pratiche nei confronti dei minorenni, anche se in presenza di un loro consenso.
Purtroppo, una tutela simile è difficilmente applicabile ai maggiorenni, in quanto entrano in gioco
altri diritti, come la libertà di espressione e di opinione, garantiti sia dalle costituzioni nazionali di
questi stati, sia dai trattati internazionali da loro sottoscritti.
In Italia, invece, la criminalizzazione della conversion therapy tarda ad arrivare. In realtà il tema è
totalmente assente dal dibattito politico. L’unico approccio è rintracciabile nel 2016, quando è
stata fatta una proposta di legge alla Camera dei Deputati riguardo il divieto dell’esercizio di
pratiche volte alla conversione dell’orientamento sessuale dei minori. Il disegno di legge

prevedeva la reclusione fino a due anni e la multa da 10mila a 50mila euro per chiunque praticasse
queste terapie, ma è ben presto decaduto.
Alessandro è stato travolto da una bufera mediatica in un momento della sua vita in cui era
particolarmente vulnerabile. Il suo video ha fatto il giro del web ed è stato condiviso da milioni di
persone. In un’intervista successiva Alessandro e Joe Porrello, suo mentore e figlio del fondatore
della Chiesa, correggono il tiro: l’omosessualità non è una malattia. Allora perché vantare l’aver
intrapreso percorsi spirituali per “curarla”?
In fin dei conti, grazie alla testimonianza spontanea di Alessandro, l’opinione pubblica ora sa che la
conversion therapy non è un fenomeno lontano, che esiste solo nelle remote cittadine
centroamericane, ma è una realtà molto vicina a noi e ben radicata anche nella nostra bigotta
Italia.

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